Pubblichiamo di seguito l’editoriale del Financial Times sulla posizione del premier olandese Mark Rutte a proposito del Recovery fund.

I leader dell’Unione europea si riuniranno questa settimana a Bruxelles per cercare un accordo sulla proposta della Commissione di un Recovery Fund da 750 miliardi, finanziato attraverso l’emissione di bond europei. Tra le diverse forze che plasmano il destino dell’Europa, ce ne sono alcune su cui l’Ue ha ben poca presa, come l’unilateralismo americano e l’autoritarismo cinese. Ma mettere in comune risorse per tutelare i posti di lavoro, sostenere il mercato unico e salvaguardare l’euro, questo è senz’altro nelle facoltà dei paesi Ue. Sempre che riescano a guardare oltre il proprio miope interesse nazionale.

Per aiutare l’Europa a superare una crisi così straordinaria, qualunque fondo per la ripresa deve essere abbastanza corposo da avere un impatto macroeconomico reale. Deve essere ridistributivo per essere finanziariamente vantaggioso rispetto al mercato dei prestiti o ai fondi di salvataggio europei già esistenti. E deve erogare i fondi rapidamente. La proposta della Commissione Ue nasce da un accordo tra Parigi e Berlino e non è perfetta. La formula di ripartizione del denaro tende a ricompensare i Paesi che avevano una disoccupazione elevata prima della crisi, ma che non sono stati colpiti in modo troppo grave dalla pandemia. I prossimi negoziati dovrebbero servire a emendarla. Ma Bruxelles sembra combattuta anche sullo scopo ultimo da dare al Recovery Fund: sottrarre alla recessione le economie europee o piuttosto spronare i governi ad attuare quelle riforme strutturali che ancora non hanno realizzato. Il piano costituisce almeno uno stimolo tempestivo. Va dato merito alla Germania di aver riconosciuto le circostanze eccezionali dovute allo choc sanitario. Lo stesso non si può dire di Olanda, Svezia, Austria e Danimarca che, forse perché non gravati dallo stesso pesante fardello storico, non hanno mostrato la lungimiranza del vicino tedesco. I cosiddetti frugal four, i “paesi frugali”, fanno resistenza sul piano di rilancio europeo nella sua attuale formulazione. Sono contrari a erogare finanziamenti a fondo perduto invece che sotto forma di prestiti pretendono condizioni severe e controlli rigorosi.

Leader non ufficiale degli irriducibili “frugali” è il primo ministro olandese Mark Rutte. Il quale, essendosi forse reso conto che non potrà resistere per sempre, ora insiste nel chiedere che l’ultima parola sulla decisione di quali paesi avranno accesso agli aiuti del fondo spetti ai parlamenti nazionali, cioè anche a l’Aia. Nella sua mente, un veto nazionale è il prezzo democratico da pagare per la solidarietà. Ma l’idea che il parlamento olandese possa dettare le condizioni ai parlamenti italiano o spagnolo è in sé profondamente antidemocratica. Sarebbe anche controproducente e avrebbe l’effetto di politicizzare l’intero processo, aprendo la strada a soluzioni bilaterali tra governi.

A parole, Rutte sostiene la visione di un’Europa più forte e più influente geopoliticamente, ma non è disposto ad accettare il prezzo che ne deriva, soprattutto quando tra un anno dovrà affrontare le elezioni politiche nel suo Paese. Gli euroscettici di estrema destra rappresentano una minaccia concreta per il suo partito, anche se la maggioranza degli olandesi sembra rimanere molto legata all’Ue. La contrarietà al Recovery Fund espressa da Rutte gode di forte sostegno in parlamento. Il suo moralismo fa presa su una popolazione che deve il suo benessere a un’impostazione economia aperta e liberale e a una partecipazione della prima ora all’Ue. Una popolazione che pensa che greci e italiani dovrebbero assomigliargli di più. Ma stavolta la crisi non è colpa di nessuno.

In gran parte dell’Europa del Sud sono disperatamente necessarie riforme per aumentare la produttività. D’altra parte, i membri del Nord devono riequilibrare le loro economie ed evitare eccedenze eccessive. Altrimenti, a Sud dell’Aia qualcuno potrebbe cominciare a chiedersi se le finanze del suo Paese non sarebbero oggi in condizioni migliori se l’Olanda non gli avesse sottratto legittime entrate fiscali attraendo imprese straniere con un regime di tassazione molto favorevole. Ogni Paese deve fare la sua parte. E tutti dovrebbero utilizzare il Recovery Fund per ridurre le emissioni di carbonio e dare un impulso alla digitalizzazione. Sarebbe un costoso errore scegliere di vincolare gli aiuti a riforme strutturali complesse e controverse, per di più imposte da lontano. E a farne le spese sarebbero tutti gli europei, senza distinzione.

Traduzione di Riccardo Antoniucci

© The Financial Times Limited 2020. All Rights Reserved.
FT and Financial Times are trademarks of the Financial Times
Ltd. Not to be redistributed, copied or modified in any way.
Il Fatto Quotidiano is solely responsible for providing this translation
and the Financial Times Limited does not accept any liability
for the accuracy or quality of the translation.

Articolo Precedente

“Sul Recovery Fund troppe condizionalità sono una follia”

prev
Articolo Successivo

La vignetta di Natangelo

next