In un attico di Monaco di Baviera, la festa di Natale del 2009 riservò per 200 dipendenti Wirecard un’inattesa sorpresa: il loro algido e misterioso capo, Markus Braun, finalmente rivolgeva loro parola.

Un breve discorso in inglese, in cui Braun, solitamente refrattario agli incontri affollati e agli interventi pubblici, annunciava che da quel momento in poi l’inglese sarebbe diventata la lingua principale dell’azienda, a corollario di ambizioni globali. “Fu abbastanza imbarazzante – ricorda un ex dipendente –, metà del personale di allora non parlava inglese”.

Quella fu anche l’occasione per l’amministratore delegato di Wirecard di annunciare la nomina a direttore generale del suo giovane protetto, l’austriaco Jan Marsalek, incaricato di contribuire a indirizzare l’azienda sulla strada dell’espansione internazionale e trasformare così le prospettive del gruppo.

Per una decina d’anni il loro piano ha funzionato meglio di quanto chiunque, a quella festa, si sarebbe aspettato, guadagnando a Markus Braun l’immagine pubblica di miliardario visionario della tecnologia, con tanto di dolcevita nero in stile Steve Jobs. Al culmine della sua crescita, nel 2018, la sua società specializzata in pagamenti elettronici scalzava la compassata Commerzbank nell’indice delle maggiori aziende tedesche Dax 30.

La settimana scorsa il castello è crollato. Lunedì scorso Braun è stato arrestato per sospetta frode fiscale e manipolazione del mercato, dopo che Wirecard ha ammesso che circa 1,9 miliardi di euro di riserve in contanti dichiarati nel bilancio probabilmente non sono mai esistiti. Braun, che ha sempre negato di aver commesso illeciti, è stato poi rilasciato su cauzione. Marsalek invece è scomparso, forse proprio in quelle Filippine dove avrebbero dovuto trovarsi i miliardi di Wirecard.

Giovedì scorso il gruppo ha presentato istanza di fallimento, prima società quotata al Dax 30 a farlo. Sembra che, in quella che EY (storico revisore contabile del gruppo) ha definito una “frode elaborata e sofisticata”, ben la metà delle transazioni che Wirecard dichiarava di aver gestito non siano in realtà mai avvenute.

Il rapido crollo in borsa e l’entità dei debiti della società, pari ad almeno 3,4 miliardi di euro, hanno acceso i riflettori dell’opinione pubblica su un uomo che per molto tempo è stato a malapena visibile per i suoi stessi dipendenti. “Capivi che era in ufficio solo perché Jan Marsalek era in giacca e cravatta”, racconta lo stesso ex impiegato.

Ex consulente gestionale, Braun si celava dietro un velo di ufficialità particolarmente anomala se paragonata all’atmosfera tipicamente informale delle aziende tecnologiche. Il suo ufficio era isolato a un piano con accesso consentito solo agli alti dirigenti, ai loro assistenti e al team incaricato dell’elaborazione dei pagamenti ad alto rischio provenienti dal gioco d’azzardo online e dalla pornografia. “La cosa che mi colpiva di più di Wirecard era il fatto che sembrava l’unica azienda tecnologica in cui ai vertici non importava granché delle sorti della società”, dice un ex dirigente.

Nell’edificio dell’attuale sede centrale di Wirecard, un ascensore portava Braun direttamente alla sua Maybach nera. Ogni giorno un autista lo portava da casa al lavoro e dall’ufficio a casa: un palazzo in cui possedeva due appartamenti e dove, come racconta un residente, aveva dichiarato di voler compare anche tutti gli altri, suscitando le ire dei vicini. Trascorreva i fine settimana a Vienna, dove vivevano sua moglie Sylvia, ex dipendente, e la loro figlia. In Austria Braun ha versato un contributo di oltre 100.000 euro al neonato partito liberale Neos e nel 2017 ha partecipato con 70.000 euro alla campagna elettorale dell’attuale cancelliere Sebastian Kurz, per il cui think-tank Think Austria ha anche lavorato come consulente. Quando la Wirecard apriva nuovi rami d’attività in giro per il mondo, difficilmente Braun si recava sul posto: non gli piaceva volare, anzi alcuni collaboratori ritengono che ne avesse paura. All’esterno mostrava un carisma tale da incantare molti analisti: dava l’impressione di essere in grado di prevedere l’entità dei bilanci di esercizio di Wirecard negli anni a venire.

Toby Clothier, della Mirabaud Securities, era tra i pochi scettici. “La cosa che abbiamo trovato strana era la sua ossessione per certe parole – dice l’analista –. Quella che preferiva in assoluto era forte… Lo dico perché le abbiamo contate”. Tra le sue predilette c’erano anche machine learning ed ecosistema. “Solo qualcuno di molto ingenuo poteva vedere Braun come un visionario della tecnologia, guardando più da vicino ci si rendeva conto che le sue erano solo supercazzole”, continua Clothier.

Vantandosi della crescita e della redditività impareggiabili di Wirecard, Braun si preoccupava sempre di sottolineare quanto la sua figura fosse cruciale per il successo della società. La scorsa estate, durante un incontro a Francoforte, uno dei maggiori azionisti di Wirecard gli ha ricordato che il suo istituto deteneva circa 2,4 milioni di azioni. Pare che Braun abbia risposto seccamente: “E allora? Io personalmente ne possiedo 8,6 milioni.”

Una delle sue abitudini era controllare compulsivamente il valore delle azioni di Wirecard sul cellulare, magari sorseggiando un tè alla menta piperita. “Questa cosa all’interno dell’azienda creava grandissimo stress”, riferisce una persona che ha lavorato a stretto contatto con l’ad. Se il prezzo scendeva, i manager ricevevano telefonate infuriate in cui si intimava loro di “fare qualcosa”.

In aprile, la società di revisione dei conti KPMG ha consegnato un rapporto altamente critico sulla contabilità di Wirecard. Braun era a un incontro in municipio, videoregistrato, ed è diventato letteralmente rosso di rabbia, riuscendo a malapena a contenersi. È stata un rara occasione di vedere un uomo così riservato far mostra delle sue emozioni, nonostante una volta abbia confessato a un giornalista tedesco di amare moltissimo l’opera e commuoversi davanti alle performance più soverchianti.

Un altro a trovare Braun ben poco convincente è stato Hendrik Leber, della società di gestione patrimoniale Acatis. All’inizio era entusiasta della rapida crescita di Wirecard, racconta, ma dopo aver ascoltato Braun a un convegno organizzato da Goldman Sachs, nel 2018, in lui è cominciato a maturare un certo malessere. La maggior parte dei fondatori di aziende tecnologiche è ossessionato da ogni minimo dettaglio della loro società, invece a domande importanti su strategia, sfide tecnologiche e ostacoli legali Braun rispondeva con frasi evasive e astratte. Leber racconta che in quella circostanza il fondatore di Wirecard gli è apparso come un “uomo senza qualità”, incapace di far altro che leggere meccanicamente dagli appunti. Alcune settimane dopo, Acatis ha venduto tutte le sue quote di Wirecard.

Traduzione di Riccardo Antoniucci