La salvezza italiana è pure la nostra, è il messaggio dal tono grave di Viktor Elbling, ambasciatore tedesco a Roma, lunga carriera diplomatica nei governi di Berlino, trascorsi in Corea del Sud e più di recente in Messico, nato in Pakistan da mamma italiana, un anno di elementari a Forlì.

Per certi media tedeschi siamo ancora a mafia, pizza e mandolino.

Questa non è l’immagine italiana che abbiamo in Germania, un partner europeo cui teniamo molto. Siete il Paese più amato dai tedeschi, non solo da oggi. Alcune opinioni fra i due Paesi possono divergere, però c’è un grande rispetto per l’Italia. Abbiamo assecondato un forte movimento solidale che ci ha permesso di offrire circa 100 posti di terapia intensiva soprattutto alla Lombardia. Abbiamo trasferito con gli aerei del nostro esercito la maggioranza dei 44 pazienti. È un bellissimo esempio di solidarietà vissuta.

Allora la pandemia porge un’occasione unica che Berlino può cogliere: condivisione europea dei debiti, emissione dei titoli “coronabond”, elargizione di denaro senza soffocare gli Stati.

C’è un consenso assoluto in Europa a dare appoggio all’Italia e agli altri più colpiti dal virus. La questione tange più aspetti: di cosa c’è bisogno, di quali somme, per quali usi. Ci sono Paesi che cercano nuovi strumenti finanziari; la Germania e altri ritengono esistano mezzi già adeguati: a parte il supporto della Banca centrale europea (Bce), che può muovere 750 miliardi di euro, abbiamo la Banca europea per gli investimenti (Bei), il modello Sure contro la disoccupazione, le risorse del meccanismo Mes (l’ex fondo salva-Stati), per un totale di 540 miliardi. Il tempo è un argomento importante, un parametro con cui confrontarsi: in epoca di emergenza dobbiamo agire con strumenti esistenti di cui possiamo usufruire velocemente. Per quanto riguarda i coronabond o gli eurobond: una manovra così profonda richiede l’assenso di tutti, compresi i parlamenti nazionali, in certi casi finanche le corti costituzionali. Sarebbe una questione di mesi, se non di anni. Quindi utilizziamo la “potenza di fuoco” che abbiamo, su altri temi si può discutere a medio termine.

Prestare soldi e imporre i severi vincoli col Mes, per gran parte del governo e dei partiti italiani, non rientra nel significato di solidarietà.

Puntiamo sul Mes con condizioni minime. Credo sia il modo meno invasivo per intervenire rapidamente. Berlino non vuole spedire la Troika o controllare le scelte di Roma.

Come può spiegare agli italiani l’ostilità di olandesi e austriaci verso maggiori soluzioni comunitarie per la pandemia?

Esistono già oggi elementi di condivisione con la Bce e la Bei. Anche da noi c’è un dibattito su più integrazione, economica e fiscale, ma si tratta – come gli eurobond – di un passo importante, significa trasferire più sovranità all’Europa. Ripeto: per fare questo passo c’è bisogno di un consenso molto ampio. Non penso che si possa o si debba raggiungere in un contesto di emergenza.

Berlino è prudente anche per ragioni politiche: temete una crescita degli estremisti di destra, di partiti come Afd?

Il leitmotiv della Germania è costruire questa Europa, non distruggerla. L’Afd venne fondata nel periodo della crisi greca e delle decisioni di intervento dell’Ue, ma rimane una minoranza. La nostra politica pro europea si basa sulla vasta maggioranza dei tedeschi.

L’Olanda sembra interpretare la vostra anima più intransigente. Come quelli che fanno il gioco sporco per altri.

Il nostro obiettivo è quello di essere al centro delle discussioni, non a un polo. Il nostro ruolo è quello di aiutare a trovare compromessi europei tra nord e sud, est e ovest. Per noi è vitale che l’Europa funzioni. Oltre ai valori comuni, la Germania, come l’Italia, trae vantaggio da un mercato europeo efficiente.

Non vi resta che sostenere il governo di Roma.

Nessuno in Germania ha intenzione che l’Italia vada male. È un nostro interesse. Ci sono legami umani e culturali, ma anche robusti legami commerciali e industriali. Gli imprenditori tedeschi mi chiamano per sapere come va l’Italia, che cosa succede con la produzione italiana della quale siamo dipendenti anche noi. Berlino vuole un’Italia forte.

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