Chi lo conosce bene racconta che Vittorio Colao è un uomo così metodicamente rigoroso che, in vista di un incontro importante, scrive in testa agli appunti sulle cose da dire anche “Buongiorno, come sta?”. In questa Italia – che conta i morti dovuti all’approssimazione e all’attesa del “colpo di culo” come strategia – conforta che il governo affidi il futuro immediato e prossimo dell’economia a un manager così ottusamente serio.

Colao è anche, a suo modo e grazie a Dio, l’immagine rovesciata di ciò che non funziona in Italia: è l’unico manager di autentico successo internazionale, però è sconosciuto ai più perché giornali e tv servilmente decantano solo i meriti di chi manda avanti le aziende dei loro editori. Quindi corre l’obbligo di informare i lettori che il governo ha scelto il (fino a prova contraria) più bravo. E, particolare che non guasta, l’uomo è ormai ricchissimo grazie alle centinaia di milioni (tracciabili) accumulati successo dopo successo fino a due anni fa, quando ha lasciato la Vodafone.

Nato a Brescia 58 anni fa, naja come ufficiale dei Carabinieri e soprattutto carabiniere dentro, Colao è stato allevato nel gigante della consulenza McKinsey come molti manager di successo, da Corrado Passera ad Alessandro Profumo. Cresce rapidamente: a 35 anni è direttore generale di Omnitel, futura Vodafone, nel 1999 è numero uno.

Nel 2004 c’è il suo incontro ravvicinato e tempestoso con il capitalismo all’italiana. Lo nominano amministratore delegato della Rcs-Corriere della Sera, ma subito capisce che, in quel litigioso salotto cosiddetto buono, agli azionisti che l’hanno voluto (Intesa Sanpaolo e Fiat) si contrappongono quelli che non lo sopportano. Il suo computer subisce l’assalto del Tiger Team: gli abilissimi hacker di Telecom Italia riescono a copiare tutti i documenti del suo hard disk prima di finire in galera.

Agli occhi di certi imprenditori italo-furbetti Colao ha due difetti che insieme sviluppano una miscela esplosiva: è onesto e affronta gli ostacoli con la rigidità del carabiniere. Infatti gliela fanno pagare, poco più di un anno dopo la nomina: si mette di traverso sull’acquisto dell’editore spagnolo Recoletos, operazione suicida che verrà portata a termine dal successore Antonello Perricone e innescherà l’autodistruzione di Rcs. I padroni, inflessibili, gli dimezzano le deleghe e lui si dimette.

A Londra i capi di Vodafone non aspettavano altro. Nel giro di 24 ore lo richiamano offrendogli il posto di capo dell’Europa e numero due mondiale. Non risulta che a nessuno dei nostri manager tromboni con l’intervista solenne sempre in canna sia mai stato offerto un posto al vertice di una grande multinazionale. In meno di due anni, Colao nel 2008 diventa amministratore delegato: un italiano a capo del maggior gruppo mondiale della telefonia mobile, 50 miliardi di fatturato, per lui una trentina di milioni all’anno. Nel 2013 il capolavoro: vende alla Verizon la quota di Vodafone nella telefonia Usa, e porta 130 miliardi nelle casse del colosso di Londra. Per lui c’è un premio sufficiente a rendere ricca la famiglia per le prossime generazioni. E a rassicurarci che non tornerà in Italia per fare la cresta sulle mascherine.

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