Il prossimo annuncio potrebbe arrivare sabato, vigilia di Pasqua. E Giuseppe Conte, agli italiani, ha intenzione di lasciare qualcosa in più degli auguri: un piccolo allentamento, ma solo per alcune filiere produttive ancora al vaglio dell’esecutivo. Uno spiraglio, non certo la resurrezione. Perché per il resto il lockdown resterà tale e quale a quello in vigore adesso. Si resta a casa, tanto più ora che arrivano le feste. Eppure qualche lacciuolo, alle imprese prossime allo stremo, verrà sganciato. Lo aveva già chiarito martedì nella riunione con il comitato tecnico-scientifico, assai restio a concedere al governo garanzie sulla fine dell’epidemia. E ieri, il presidente del Consiglio, lo ha concordato anche con i capidelegazione che ha ricevuto insieme al sottosegretario Riccardo Fraccaro e che rivedrà questa mattina. Una riunione per cominciare a definire le misure del prossimo Dpcm in vista della scadenza del 13 aprile. Il ministero dello Sviluppo Economico studia i nuovi codici Ateco da autorizzare: al momento l’ipotesi più accreditata è quella di ragionare per filiere e non per “zone”, perchè riaprire le imprese a seconda del numero dei contagi sul territorio rischierebbe di creare situazioni di concorrenza sleale.

Per questo è suonato come un “pressing inutile” quello delle quattro associazioni degli industriali del Nord che ieri pomeriggio sono tornate a battere sul tavolo del governo: “Siamo consapevoli della situazione – ragionano a palazzo Chigi – non c’è bisogno che ce lo dicano loro”.

“Rappresentiamo il 45 per cento del Pil italiano”, “se non riapriamo in fretta rischiamo di non partire più”, “stiamo perdendo clienti e relazioni internazionali”, “avanti di questo passo e il prossimo mese non paghiamo più gli stipendi”. Così parla Confindustria in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte. E da est, Udine per la precisione, arriva pure l’eco più minacciosa per premier e ministri: una petizione, lanciata proprio dai vertici degli industriali della città friulana, per Mario Draghi presidente del Consiglio.

Ma adesso non c’è neanche il tempo di preoccuparsi: non tira una buona aria a palazzo Chigi, tanto che il Pd continua a insistere per aprire quella “cabina di regia” che sembrava cosa fatta e invece sembra stentare a partire. E poi ci sono gli scienziati, che dicono no a qualsiasi ipotesi arrivi dai tavoli di governo. Ieri, il capo dell’Infettivologia dell’Istituto superiore di Sanità, Gianni Rezza, ha messo la – sua – pietra tombale anche su una delle misure di cui si è discusso per la fase 2: mandare al lavoro prima i giovani, immunizzarli, e tenere a casa gli over65. “So che c’è un modello matematico allo studio – dice Rezza durante un meeting di esperti all’Iss – ma io esprimo le mie personali perplessità. La struttura sociale della famiglia italiana non è come quelle del nord Europa: i contatti tra bambini, ragazzi e anziani da noi sono molti di più, mandare a lavorare solo i giovani non determinerebbe la fine delle occasioni di contagio”.

Sono tutte questioni che, come prima del Chiudi Italia, Conte dovrà discutere anche con i sindacati, che ieri gli hanno chiesto di accelerare i tempi di un incontro in vista del nuovo Dpcm.

Molti, nell’attesa delle misure del governo, stanno cominciando a studiare il “domani” da soli. A Roma, per esempio, ieri si è tenuta una prima riunione sul tema del trasporto pubblico. Un settore completamente da ripensare alla luce della necessità di distanziamento sociale che resterà un caposaldo della fase 2. Così si immaginano soluzioni-limite (nel senso che saranno complicatissime da attuare): personale addetto a contare i passeggeri di autobus e metro (non è ancora chiaro se sarà possibile viaggiare in piedi), segnaletica a terra per mantenere le distanze alle fermate, nuove corsie preferenziali per velocizzare i tempi e garantire più corse, acquisto di nuovi mezzi. Il tutto, almeno nel caso della Capitale, con una azienda in concordato e che ha visto – come dappertutto – un crollo verticale degli incassi nell’ultimo mese. Aria nera anche tra i balneari, che avrebbero dovuto iniziare la stagione e invece sono consapevoli che, anche se gli stabilimenti dovessero aprire, sarà impossibile mantenere le distanze e quindi di fatto non potranno lavorare. Nelle soprintendenze delle città d’arte si ragiona sugli ingressi ai musei: saranno solo su prenotazione e per facilitare l’accesso potrebbero essere estesi gli orari di apertura. Sempre che serva: sono tutti convinti che da Venezia a Firenze, da Roma a Napoli quest’estate non si vedranno turisti, né stranieri né italiani.

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