Come ci cureremo dal coronavirus in Italia? Anche se il nostro sta diventando un Paese ad alta densità di virologi, epidemiologi, sociologi delle malattie, tutti espertissimi del virus e delle sue implicazioni, proviamo a non travestirci da medici, parlandone invece da pazienti potenziali, per il caso che il virus colpisca chi scrive o chi legge. Ampio è il ventaglio delle ipotesi che ci si aprono davanti, anche perché la segmentazione regionale della sanità rende impossibile un efficace sguardo d’insieme. Limitiamoci dunque alle due ipotesi di lavoro che stanno agli estremi di questo ventaglio: la cura di chi è colpito da Covid-19 (quali che ne siano oggi o domani le dimensioni) va fatta secondo la Costituzione oppure – all’altro estremo – secondo le raccomandazioni diffuse ieri dalla SIAARTI, un’associazione professionale che riunisce chi lavora nei reparti di Terapia Intensiva?

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L’art. 32, uno dei più importanti della nostra Costituzione, prescrive: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, e soggiunge che “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”, con ciò facendo esplicito riferimento all’art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Due sono dunque i principi-guida: primo, tutelare la salute di ciascun individuo vuol dire al tempo stesso tutelare l’interesse della collettività (nessuno di noi è un’isola, la sofferenza o la morte di ciascuno si ripercuote nella famiglia e nella società). Secondo, la cura della salute individuale dev’essere uguale per tutti, a prescindere dalle “condizioni personali e sociali di ciascuno”.

I medici della SIAARTI, a quel che pare, non sono d’accordo. Nel loro documento, del quale il Fatto ha dato correttamente notizia, si lanciano infatti, rispetto al virus che affligge oggi la scena italiana, “Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione in condizioni eccezionali di squilibrio fra necessità e risorse disponibili”. Il ragionamento è condotto con grande chiarezza: “Le previsioni sull’epidemia da Covid-19 stimano un aumento dei casi di tale entità da determinare un enorme squilibrio tra le necessità cliniche reali della popolazione e la disponibilità effettiva di risorse intensive”. Che fare, allora? La risposta della SIAARTI è chiara: di fronte all’eventuale necessità per il medico di “prendere in breve tempo decisioni laceranti da un punto di vista etico oltre che clinico”, e cioè “quali pazienti sottoporre a trattamenti intensivi quando le risorse non sono sufficienti per tutti”, non c’è che una strada: “Privilegiare la speranza di vita”, cioè curare non chi arriva prima o è più grave, ma chi è più giovane. Perciò “può rendersi necessario porre un limite di età all’ingresso in terapia intensiva. Non si tratta di compiere scelte meramente di valore, ma di riservare risorse che potrebbero essere scarsissime a chi ha in primis più probabilità di sopravvivenza”. Nulla vien detto di come il medico deciderà fra un trentenne con gravissime patologie e un settantenne in gran forma.

Queste raccomandazioni, dice il documento, hanno lo scopo di “sollevare i clinici da una parte delle responsabilità nelle scelte, che possono essere emotivamente gravose, compiute nei singoli casi”. Se un ottantenne verrà respinto dai centri di rianimazione a causa della sua sola età, dovrà dunque consolarsi sapendo che era giusto così, per ragioni di “giustizia distributiva e appropriata allocazione di risorse sanitarie limitate”. Apprendiamo dunque che in certe condizioni può essere “appropriato” per un medico rifiutare le cure a un malato, con la benedizione della propria associazione di categoria. Come “etica clinica” proclamata dal pulpito di un’associazione professionale, non c’è male.

Per 2.400 anni, in Europa, la professione medica aveva seguito criteri assai diversi. Così infatti recita il Giuramento del medico, un testo greco scritto intorno al 400 a. C. e attribuito allo stesso Ippocrate: “Giuro che regolerò ogni prescrizione per il giovamento dei malati secondo le mie possibilità e il mio giudizio. Giuro che mi asterrò dal recar loro qualsiasi danno e offesa, e che mi comporterò sempre e solo per il bene dei malati”. Nessun cenno all’opportunità di abbandonare i vecchi al loro destino, nemmeno nelle epidemie di peste (allora tutt’altro che rare).

Nulla obbliga i medici che hanno scritto e diffuso il documento SIAARTI a conoscere e praticare il Giuramento di Ippocrate. Ma essi sembrano non sospettare nemmeno che le loro parole sono in nettissimo contrasto con la Costituzione vigente nel Paese in cui lavorano. Ma che cosa ne pensano gli organi di governo? E gli altri medici e operatori sanitari che operano in Terapia Intensiva in tutta Italia? E le associazioni professionali dei medici di altra specialità? Vorranno forse unire le loro voci a quella dei colleghi della SIAARTI, chiedendo con urgenza una modifica della Costituzione? Potrebbe suonare così: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale senza distinzione di condizioni personali e sociali, tranne l’età“. Se sia o no una buona idea, e se debba nascere da un’associazione professionale o da chi la rappresenta, lo dicano, per piacere, fior di medici e fior di giuristi.

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