L’analisi

Virus in libertà, una catena di errori, così il protocollo non può più funzionare

Contenimento - Bisogna riconoscere che i criteri “geografici” non bastano

3 Marzo 2020

A Roma la famiglia di un poliziotto di Pomezia è stata contagiata da Covid-19 ed è in cura presso lo Spallanzani. Leggiamo su Repubblica: “L’uomo, originario di Pomezia dove risiede la famiglia, era assente dal lavoro dal 25 febbraio scorso per sintomi influenzali”.

Non ci azzardiamo a fare ipotesi eziologiche; non possiamo però impedire al cervello di funzionare per non spaventare lo spread, e ci chiediamo: come mai il personale del Policlinico Tor Vergata, a cui l’uomo si è rivolto prima di andare al Gemelli in seguito al peggioramento, non gli ha fatto il tampone, presentando egli i sintomi chiari di una polmonite? Possibile risposta: perché il paziente non aveva un “link epidemiologico territoriale”, cioè non era stato in Lombardia o in Veneto. La famiglia aveva ospitato un amico lombardo: i sanitari potrebbero aver ritenuto che non provenendo l’amico da “zone con presunta trasmissione comunitaria”, non si dovesse fare il tampone; oppure l’eventuale asintomaticità dell’amico è stata sufficiente, sulla base del protocollo, per escludere un sospetto di Covid-19. C’è da scommettere che medici e infermieri non abbiano indossato i dispositivi di protezione e che il paziente sia stato messo in pronto soccorso insieme agli altri pazienti (infatti 98 persone sono state richiamate dall’ospedale). È la stessa catena di errori che hanno determinato il focolaio di Codogno, originati dal fatto che il protocollo ha falle spaventose.

Che ancora viga il criterio geografico, ormai superato dai fatti, è semplicemente irragionevole. Ora che nel Lazio ci sono già due possibili focolai (Fiumicino e Pomezia), cadrà il criterio territoriale e varrà solo quello sintomatologico? Il protocollo attuale prevede che se i contatti stretti del contagiato sono asintomatici, non gli venga fatto il tampone. Se la moglie e i figli del poliziotto sono stati testati è perché evidentemente avevano sintomi, ma sappiamo che i positivi asintomatici sono contagiosi. I contatti diretti asintomatici non testati sono sottoposti a isolamento fiduciario, ma non si capisce come si potrebbe impedire loro di uscire di casa. Il decreto emanato il 1° marzo prevede “il divieto di contatti sociali, viaggi e spostamenti” a chi è sottoposto a isolamento fiduciario, ma nessuna sanzione.

Se la priorità è contenere i contagi e fare più tamponi, si potrebbero impiegare locali e personale della sanità privata per fare i test, in applicazione degli artt. 32 e 120 Titolo V della Costituzione.

È il momento di uscire dal complesso del non fare domande per non creare allarmismo. Forse i morti da Coronavirus sono pochi e quasi tutti anziani o immunodepressi (come se non fossero proprio loro – diabetici, cardiopatici, malati oncologici, trapiantati, bambini leucemici – i soggetti da proteggere), ma se c’è un incremento esponenziale dei contagi, che ogni 3,8 giorni raddoppiano (nella sola giornata del 1° marzo, sono aumentati del 50% rispetto al giorno precedente, da 1000 a 1577), ci sarà un incremento esponenziale anche dei casi gravi, che sono circa il 10%. Questi pazienti andranno a saturare i posti disponibili di terapia intensiva (a meno di non prendere seriamente la voce raccolta da La Stampa per cui al Ministero si starebbe pensando alla gestione di casi medio-gravi a domicilio con caschetto e cannule, trasformando il salotto di casa in un reparto di terapia sub-intensiva). Su 100 mila contagiati, 10 mila persone potrebbero aver bisogno di terapia intensiva. Come si farà, se le terapie intensive in Italia sono 5000, e se parte di esse sono occupate da pazienti ricoverati per altre patologie? Questo rischio sarebbe scongiurato se le misure di protezione fin qui adottate si rivelassero efficaci. Sopra abbiamo esposto alcuni esempi dei motivi per cui potrebbero non esserlo.

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