Potremmo essere come la Germania, o almeno la Francia. Dal punto di vista economico, s’intende. Potremmo essere il Paese più ricco d’Europa, o giù di lì, se lo sviluppo del Sud seguisse una logica industriale simile a quella del Nord. Lo sostengono due economisti autorevoli, Alberto Quadrio Curzio, presidente emerito dell’Accademia dei Lincei, e Marco Fortis (già consigliere d’amministrazione della Rai). “La Germania è ancora molto distante, ma la Francia è raggiungibile”, chiarisce Quadrio Curzio a FQ MillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez in edicola da domani con un numero dedicato – con inchieste, reportage, interviste – alla questione Nord-Sud.

Non solo irrisolta 160 anni dopo l’Unità d’Italia, ma aggravata soprattutto dalla crisi economica di questi anni. I settori da cui ripartire con investimenti mirati in infrastrutture e non a pioggia ci sono: dall’agroalimentare ai porti, oltre al turismo. Potremmo essere la Germania, invece negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Sud un milione e 183 mila residenti: la metà giovani tra i 15 e i 34 anni, un quinto laureati, si legge nell’ultimo rapporto Svimez. Certo, le differenze territoriali esistono ovunque, Germania compresa. Ma l’Italia “è un caso unico a livello europeo per la consistenza del divario e per la sua durata nel tempo”, ha scritto recentemente su Meridiana Carlo Trigilia, sociologo già ministro per la Coesione territoriale nel governo Letta. Snocciolando i dati – il Pil pro capite al Sud si dimezza, l’occupazione femminile pure e così via – Trigilia conclude che il Sud sarebbe collassato da tempo se non ci fossero due “ammortizzatori”: l’economia in nero – che FQ MillenniuM racconta in un reportage da Misterbianco, alle porte di Catania – e appunto l’emigrazione.

Nulla ammortizza però la caduta dei servizi pubblici essenziali. A Milano, per dire, c’è posto al nido per 36 bambini su 100, a Napoli soltanto per 11. Sul fronte dell’occupazione, nelle tre province meridionali che stanno meglio (L’Aquila, Teramo e Chieti) ci sono meno opportunità di lavoro che nelle tre settentrionali messe peggio (Novara, Rimini e Imperia). Non stupisce dunque che 160 anni dopo l’Unità, lo scontro fra Nord e Sud resti incandescente, anche dopo la svolta sovranista della Lega un tempo nordica: da un lato, la richiesta di autonomia differenziata proveniente dalle regioni più ricche – Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna – che rischia di allargare la frattura; dall’altro un revival di orgoglio “terrone” venato di nostalgie borboniche, con le truppe dei Savoia paragonate ai nazisti e i briganti trasfigurati in ottocenteschi Che Guevara. Fra gli opposti estremismi, chi studia a fondo la questione indica una strada diversa. “Il Nord è locomotiva se il Sud riprende a camminare, altrimenti si ritrova vagone della Germania”, dice il ministro per la Coesione Peppe Provenzano in una lunga intervista. E annuncia i suoi provvedimenti per il rilancio, a partire da 300 tecnici dell’Agenzia della Coesione “che dovranno sporcarsi le scarpe per sostenere gli enti bisognosi di capitale umano a progettare e realizzare gli interventi”. E in prospettiva, “il reclutamento di diecimila tecnici per attrezzare l’amministrazione, sia quella regionale che locale, ai livelli più alti di competenza”. E chi ci garantisce che le nuove risorse non si disperdano in ruberie e sprechi? “Di fronte all’inadempienza altrui, lo Stato commissaria, sostituisce, manda a casa. Fa saltare il banco delle convenienze occulte”.

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