Reza è iraniano, ha 17 anni e vive in prigione da un anno. In una “zona di transito” in Ungheria, a Röszke. “Di transito” perché non è completamente chiusa: aperta se decidi di tornare in Serbia, chiusa se vuoi chiedere asilo in Ungheria. Il ragazzo è arrivato qui con lo zio e i cugini, ma loro sono riusciti a passare con la protezione umanitaria. A Reza è stata negata e da più di un anno aspetta da solo, con altri 99 minori non accompagnati, in una città dove le case sono container, i confini sono filo spinato e tutto è sorvegliato da soldati armati, che ti accompagnano ammanettato anche dal medico. “Non dormo da due giorni dopo l’ultimo rigetto della mia domanda”, ci dice Reza. “Il dottore mi ha detto di non pensare troppo, ma è difficile, tutto è difficile qui. Siamo venuti dalla Serbia, con i documenti, non illegalmente. Perché l’ufficio immigrazione gioca con noi, trascina le decisioni per mesi? Non abbiamo fatto nulla di male. Perché siamo rinchiusi qui? Pensare troppo è una bomba nella testa”.

L’Ungheria è sotto accusa perché lascia senza cibo i migranti a cui è stato negato l’asilo, in attesa di espulsione. Anche i bambini. Nel luglio scorso la Commissione europea ha denunciato il governo Orban alla Corte di Giustizia Ue per violazione dei diritti fondamentali. Come Reza ci sono migliaia di minori in prigione ai confini dell’Europa, in attesa dell’asilo o dell’espulsione. Sono entrati illegalmente nel territorio Ue.

L’Unione europea ha fortemente criticato il presidente americano Donald Trump per aver diviso le famiglie al confine con il Messico e chiuso i bambini nelle gabbie. “Noi abbiamo altri valori” ha detto stizzito un portavoce del governo di Parigi nel 2018. Ma la Francia ha il record di condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo – sei dal 2012 – per la detenzione dei minori migranti. “Dopo Stati Uniti e Messico la Francia ha il record europeo dei bambini migranti tenuti in prigione, 2500”, dice l’avvocato austriaco Manfred Nowak, autore di un rapporto delle Nazioni Unite, uscito lo scorso luglio, sui Bambini privati della libertà. Una recente legge approvata dal presidente Macron, autorizza la detenzione dei minori a cui è stato rifiutato l’asilo, fino a 90 giorni. Di solito vengono chiusi in delle “zone di attesa” dentro gli aeroporti. Investigate-Europe è stata a Charles de Gaulle, ma anche nell’aeroporto tedesco di Berlino, a Lisbona, a Varsavia, in Norvegia. I bambini vengono tenuti in posti chiusi, non sempre separati dagli adulti, non possono uscire, non vanno a scuola, aspettano.

Eppure il diritto internazionale condanna la detenzione dei bambini migranti, fin dalla Convenzione sui diritti del fanciullo (art 37) del 1989. Nel 2017, un comitato speciale delle Nazioni Unite, ha ribadito che “i minori non dovrebbero mai essere detenuti per ragioni legate allo stato migratorio loro o dei genitori. Qualsiasi tipo di detenzione per immigrazione minorile dovrebbe essere vietata dalla legge”. Ma l’Europa non sente. Dice che la detenzione dei minori deve essere solo “l’ultima ratio”, ma di fatto la tollera, la incoraggia. l’Ong “Iniziativa per i bambini migranti” ha pubblicato un vasto rapporto nel 2019, dove denuncia una pratica “ricorrente e poco documentata”.

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«La Commissione per i diritti umani del Senato ha scritto nel 2014 che oltre i 45 giorni un migrante non partecipa più alla sua identificazione, quindi la detenzione è inutile e costosa», spiega Marta Gionco della Piattaforma Picum, a Bruxelles. Inoltre “nell’85% dei casi provoca danni alla salute mentale e fisica dei bambini“, ha dichiarato la rivista The Lancet nel 2016. “Ci sono alternative alla detenzione che consentono di raggiungere gli stessi obiettivi, spendendo anche di meno», continua Gionco. «La rete europea per le Alternative alla detenzione (ATD) ha dimostrato che consentire alle persone di rimanere nella comunità, coinvolgendole nel processo di integrazione, offrendo loro consigli legali, accesso a servizi, bisogni di base e mettendo a loro disposizione un gestore sociale – una persona che aiuta le famiglie per tutte le loro esigenze, pagato dallo Stato, ma indipendente – è molto più economico che tenere le persone in detenzione”, dice Marta Gionco di Picum.

Ma l’ex Commissario all’Immigrazione, Dimitri Avramopoulos non la pensa cosi’. In una proposta di revisione della direttiva rimpatri, nel 2018, scrive: “Un uso più efficace della detenzione renderà più efficace l’applicazione dei rimpatri”, lamentandosi che gli Stati non usano appieno gli strumenti della direttiva, tra cui appunto la detenzione, il numero dei rimpatri resta basso, al 36,6 % nel 2017. La nuova Commissione Von der Leyen non ha cambiato politica. “Abbiamo cercato in tutti i modi, nella scorsa legislatura, di vietare per legge la detenzione dei bambini migranti – spiega l’eurodeputata Caterina Chinnici (Pd), Presidente dell’intergruppo per i minori – ma non ci siamo riusciti».
L’Europarlamento aveva infatti approvato vari emendamenti alla riforma della Convenzione di Dublino e dei rimpatri, mettendo nero su bianco il divieto di privare i minori della libertà. Ma non si è arrivato a un accordo con i governi, i testi non sono stati votati. «L’aula di Strasburgo dovrebbe avere più poteri, anche di proporre le leggi. Non c’è la volontà politica di vietare la detenzione dei piccoli migranti», dice Chinnici. Peggio. La detenzione è vista come un deterrente alle migrazioni in Europa.

Il campo di Moria, sull’isola greca di Lesbo, ne è la prova. Prima di tutto senti la tosse a Moria, una tosse secca che esce dalle tende, migliaia, sparse fuori dal campo. E’ la tosse dei bambini che non hanno abbastanza cibo, abbastanza caldo, abbastanza cure. Poi li vedi correre in mezzo al fango, di notte vanno a fare la coda per il bagno, al buio. In un’ex base militare che può contenere fino a 3mila persone, oggi ce ne sono 18mila, di cui 1200 bambini non accompagnati, 8300 minori in tutto. Come i sei ragazzi afgani che incontriamo nel refettorio fuori dal campo. Hanno tra i 15 e i 17 anni, sono arrivati lo stesso giorno in un gommone insieme a 45 persone, tutte scappate dall’Afghanistan. Il villaggio dove vivevano è controllato dai talebani, andavano a scuola, ma la vita era diventata terribile. Un giorno c’è stato un grande incendio e sono partiti. I loro familiari sono già sparsi in Europa, in Belgio, Svezia e Germania. Ma qui non c’era spazio nella zona riservata ai minori e cosi’ i sei ragazzi hanno comprato una tenda a Mitilene, la città di Lesbo e si sono istallati fuori dal campo. Solo che agli adulti spettano 150 euro al mese, per sopravvivere, ai minori niente, cosi’ ogni giorno chiedono qualche euro ai grandi, per mangiare. Hanno paura, due giorni prima del nostro arrivo c’è stata una disputa tra ragazzi e un quindicenne è morto accoltellato. Qualche giorno prima era morto un neotato di nove mesi, per disidratazione.

A Moria molti migranti aspettano l’esito della loro procedura d’asilo e non possono lasciare l’isola. È scritto nell’accordo Ue-Turchia firmato nel 2016 dai capi di governo europei. Si erano impegnati a distribuirsi i migranti arrivati in Grecia e a rispedire indietro, in Turchia, chi non aveva diritto all’asilo. Ma da allora solo 1.975 persone su 98.000 sono state rimandate in Turchia. Il resto è rimasto bloccato nelle cinque isole greche trasformate in prigioni a cielo aperto: Lesbo, Leros, Kos, Samos e Chios.

La psicologa di Medici senza Frontiere a Moria, Danae Papadopoulou, dice: “Non è detenzione in senso stretto, però in un’isola la libertà di movimento è fortemente limitata. Poi Moria si trova in un posto così isolato, da costringere le persone a vivere come in prigione. È una bomba a orologeria“.
Ma i minorenni a Moria sono i più fortunati: nella terraferma, tra Salonicco e Atene, 240 minori soli hanno trascorso le feste di Natale in un posto di polizia. Non essendoci molti centri per richiedenti asilo, il governo ha mobilitato pure le celle dei commissariati. E lì i ragazzi ricevono 5 euro al giorno per mangiare ed è tutto, passano le loro giornate in una cella. Nessuna integrazione, nessuna scuola o altro. Il governo Mitsotakis ha chiesto aiuto agli altri paesi europei per accogliere almeno 3mila minori non accompagnati arrivati in Grecia (su un totale di 4500). Ma nessuno, tranne il Regno Unito, ha accettato. I minori sono protetti nei nostri paesi, ci sono limiti severi al carcere minorile, ma non se il bambino è un migrante. Il deputato europeo verde tedesco, Erik Marquant dice: “La politica europea mira a gestire il peggio possibile le frontiere esterne così le persone preferiscono rimanere nelle zone di guerra invece di venire in Europa”. La Commissione europea ha scritto: “Migliorare i rimpatri, anche con la detenzione, manderà un forte segnale a chi vuole intraprendere viaggi pericolosi verso l’Europa”. I bambini, però, continuano ad arrivare ogni giorno in barca, a Lesbo e in Europa.

IL CASO DELL’HOTSPOT DI LAMPEDUSA

La detenzione dei minori migranti è vietata in Italia. Quando un bambino arriva gli viene concesso un permesso per minore età, da qualunque Paese provenga. Sulla protezione dei minori l’Italia è molto avanti anche sulla Francia, dove una recente legge di Macron autorizza la detenzione dei piccoli migranti fino a 90 giorni. Però ci sono casi di detenzione anche da noi. Il primo decreto Salvini prevede il trattenimento negli hotspot fino a 30 giorni a scopo identificativo. Secondo l’avvocato Loredana Leo dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) “si tratta di detenzione a tutti gli effetti” e “le garanzie previste dal decreto 113/2018, come la convalida di un giudice di pace, la presenza di un avvocato sul posto, la possibilità di fare ricorso, non sono rispettate. Se poi si tratta di minori per i quali la detenzione è vietata, è una chiara situazione di illegalità”.

La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha già condannato l’Italia nel 2016 per il centro di Lampedusa (sentenza Khlaifia vs. Italy) per un caso del 2011 nello stesso centro. “Abbiamo chiesto chiarimenti al governo italiano sul decreto sicurezza, bisogna giustificare i motivi del trattenimento, garantirne la qualità, offrire le giuste garanzie”, spiega il giurista che segue il caso da Strasburgo. Tra poche settimane arriverà il giudizio del Consiglio d’Europa sul Decreto Sicurezza, riguardo in particolare all’hotspot di Lampedusa. E intanto, le associazioni hanno già ottenuto 4 volte interventi urgenti della Corte con la procedura detta “articolo 39” azionabile in caso di pericolo: così sono stati trasferiti minori soli o con i genitori, a volte dopo la perdita di un familiare. “Ne abbiamo inviato ancora uno a dicembre per i minori arrivati dopo il naufragio del 23 novembre. Stavano malissimo, avevamo perso alcuni genitori nel viaggio in mare e venivano tenuti chiusi a Lampedusa, senza ricevere cure”, spiega l’avvocato Leo.

Con il progetto InLimine l’Asgi ha denunciato vari casi di detenzione ritenuta arbitraria di minori negli hotspot di Taranto, Pozzallo, Messina. Il non riconoscimento della minore età è un’altra pratica diffusa in Italia. “Stiamo seguendo il caso di un minorenne tunisino che rimasto chiuso nel centro per i rimpatri di Trapani” (vero e propria prigione per adulti prima dell’espulsione, dove la detenzione è prevista fino a sei mesi, secondo il Decreto Sicurezza), spiega Adelaide Massimi, di Asgi. La dinamica è semplice: le autorità che al momento dell’identificazione non riconoscono il minore o gli viene fatto solo un esame radiologico del polso – mentre la nuova legge Zampa del 2017 impone un esame molto approfondito dello sviluppo psico-fisico del giovane. Se le ossa del giovane sono ben sviluppate questo puo’ venire identificato come un adulto e quindi incorrere nelle regole per l’espulsione (vietata per un minorenne). A Trapani è successo che anche durante l’accertamento dell’étà del giovane tunisino, questo sia stato tenuto nello stesso centro, «mentre la legge impone di presupporre la minore età», spiega Massimi di Asgi. Il Garante per i diritti dei detenuti ha scritto in un rapporto del 2018 che il non riconoscimento della minore età è una pratica diffusa anche nei centri CPR a Torino, Taranto, Brindisi. Il Centro per i rimpatri di Caltanissetta ha una zona per minori non accompagnati dentro i suoi locali. «Un non senso, visto che i minori non dovrebbero mai arrivare in un CPR», dice un avvocato che segue dei casi di minori migranti in Sicilia.

E poi ci sono i centri isolati dove vengono trasferiti i minori non accompagnati. “Non è detenzione in senso stretto – spiega Alberto Biondo di Borderline Sicilia – ma quando lasci dei giovani lontano dai mezzi di trasporto, lontano da un centro che possa offrire loro una scuola e un’integrazione, non resta loro che lavorare in nero o, nei casi peggiori, diventare invisibili e cadere in una rete di prostituzione minorile”. L’ultimo caso a Fondachelli-Fantina, piccolo paese di montagna in Sicilia, nei Nebrodi, dove almeno 10 su quasi 100 minori sono stati utilizzati per lavori non retribuiti sia all’interno del centro, per la pulizia di stanze, bagni e vestiti, sia all’esterno del centro, per la raccolta di legno e nocciole, per pulire strade e appartamenti. Il centro è stato chiuso lo scorso maggio, in carcere sono finite 14 persone, tra cui il sindaco del piccolo paese che gestiva il centro in totale impunità. L’accusa: tratta di esseri umani. Alcuni indagati sono accusati di una serie di maltrattamenti e persino di percosse, dei minori hanno riferito alla polizia che a volte arrivavano nella loro stanza per una vera e propria “caccia ai neri”. Testimoni di minori affermano che le condizioni igieniche erano pessime, gli veniva data poca acqua per lavarsi, spesso non ricevevano vestiti, il cibo era spesso avariato.

L’Unicef ha lanciato un allarme lo scorso dicembre: in Italia ci sarebbero 6172 minorenni in centri isolati “che li tagliano fuori da qualunque possibile integrazione”.
Ma il caso dei neo-maggiorenni è ancora più urgente e drammatico. Il Decreto sicurezza dell’ex ministro Salvini ha cancellato la protezione umanitaria. Quindi quando il minore diventa maggiorenne, perde qualunque diritto in Italia. Dati precisi non ne esistono, anche perché molti di questi minorenni si sono resi nel frattempo invisibili, scappati all’estero epr raggiungere le famiglia o, nel peggiore dei casi, finiti in qualche rete criminale. Ma l’Unicef calcola che circa 60mila dei minori non accompagnati arrivati in Italia tra il 2014 e il 2018, sono adesso maggiorenni. “Succede già in molti centri finanziati dai comuni, nelle province di Catania e Siracusa”, spiega Giuseppe Platania di Borderline. “Il Centro per minori non riceve più il contributo giornaliero per un neo-maggiorenne e dunque lo scarica, lo mette in strada. Ne conosco tanti qui a Catania. Stiamo allevando dei futuri clandestini”. La nuova ministra dell’Interno, Luciana Lamorghese, ha promesso di rimediare a questa situazione esplosiva, “aumentando i permessi umanitari”. Ma da quando si è insediata lo scorso settembre, nulla è cambiato

Di Maria Maggiore *Investigate Europe

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