Il telefono trilla e, in modalità anonima, un signore si presenta così: “Buonasera, sono Pasquale Di Filippo, ha presente?”.

Lei è il pentito di mafia?

Esattamente. La sto chiamando perché ho visto che il Fatto ha lanciato la campagna contro le sentenze che vogliono dare i permessi ai condannati all’ergastolo della mafia, è giusto?

Sì è così. Abbiamo raccolto più di 100 mila firme, tra queste quella di Maria Falcone, perché sia approvata una legge dopo le due sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte costituzionale. I giudici in pratica hanno stabilito che i boss mafiosi non devono pentirsi per uscire dal carcere. Anche chi sta all’ergastolo, pure per condanne definitive per le stragi o gli omicidi, potrebbe ottenere permessi premio, anche se non collabora con la giustizia. Lei cosa vorrebbe dire?

Voglio che registri e faccia ascoltare quello che le sto dicendo: io ho paura.

Di cosa ha paura?

Io nel 1995 ho collaborato con la giustizia. Appena mi hanno arrestato, io mi sono pentito e ho fatto arrestare subito Leoluca Bagarella che era l’unico vero capo di Cosa Nostra. Poi ho indicato uno a uno i membri del gruppo di fuoco che aveva fatto le stragi contro Falcone e Borsellino e quelle del 1993 a Milano, Firenze e Roma. Non avevano finito. Era pronto un missile da lanciare contro il Tribunale di Palermo. Non fosse stato per me, mi creda, Bagarella avrebbe ucciso molti giudici e pure giornalisti. Non aveva più niente da perdere.

Bene. Lei è stato un collaboratore importante e attendibile. Qual è il punto?

Queste persone si stanno facendo l’ergastolo, mi riferisco a Bagarella, Nino Mangano, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro, Fifetto Cannella. Io ho paura perché lo so che Bagarella si è fatto 24 anni di carcere al 41-bis e non ha pensato ad altro che a me. Come Nino Mangano. Come gli altri. Non c’è stata una notte che non hanno pensato a me. Io li ho fatti arrestare. Spatuzza e Grigoli non mi pensano perché hanno collaborato. Se uno come Bagarella sa che deve uscire in permesso, si organizza prima e prepara non uno ma sei omicidi.

Lei però è protetto.

Vero è. Ma io so che Bagarella e altri come Graviano hanno sempre avuto agganci con soggetti strani che gli raccontano le cose. Con quelle amicizie un domani mi potrebbero trovare. Mi dice come facevano a sapere che Falcone doveva partire a quell’ora con l’aereo da Roma?

Cosa chiede allo Stato?

Lo Stato italiano finora è stato serio e ha dimostrato di essere capace di sconfiggere la mafia. Perché per me la mafia “pesante”, quella capace di fare le stragi, non c’è più. Io chiedo di stare attenti e di esaminare le conseguenze delle sentenze. Chiedo di fare una legge che impedisca a un boss non pentito di uscire.

La Corte sostiene che i mafiosi, anche se non pentiti, potrebbero essere cambiati. Ci spiega perché non sarebbe possibile per lei?

Ma chi? Bagarella e gli altri si sarebbero rieducati in carcere? Ma di cosa stiamo parlando? Vogliamo davvero dargli il permesso di uscire perché ce lo dice Strasburgo? Ma cosa ne sa Strasburgo della mafia? Strasburgo si è documentata su queste persone? Come fa uno che ha ammazzato Falcone e Borsellino e i bambini a essersi rieducato? I giudici di Strasburgo non hanno avuto rispetto dei morti: di Falcone, di Borsellino, dei bambini. Non hanno avuto rispetto di niente. Come fanno loro a dire che Bagarella è rieducabile. Si rieduca Bagarella? Nino Mangano si rieduca?

Perché la prospettiva di una legge che permetta ai boss non pentiti di uscire la tormenta?

Io ho perso la mia terra. Io sogno di tornare a Palermo a respirare un limone e Strasburgo vuole far tornare a Palermo uno come Bagarella a respirare la sua aria?

Se lei avesse davanti i giudici di Strasburgo e gli potesse spiegare perché un boss che non si è pentito non potrebbe essere cambiato, cosa gli direbbe?

Intanto, uno che non si è pentito vuol dire che fa parte ancora di Cosa Nostra e gli pagano gli avvocati e gli mantengono la famiglia. Come fa la Corte di Strasburgo a pensare che si riabiliti solo perché in carcere fa il bravo?

Lei cosa farebbe?

Se questa legge passasse, io me ne andrei dall’Italia perché qui mi troverebbero.

Lei non conosce un mafioso non pentito che ha tagliato davvero i legami con l’associazione?

Non lo vede che sono sempre le stesse persone che arrestano? Li liberano, passano due anni, e li riarrestano. Io li ho conosciuti.

Lei ha conosciuto i capi di Cosa Nostra. Ci spiega la loro psicologia?

Io sono entrato nel 1994 e ho conosciuto Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella, Nino Mangano. Tutti i giorni ci incontravamo e ogni giorno parlavano solo di chi dovevamo uccidere prima o dopo. Solo qualche volta si parlava di soldi ma per il resto ogni mattina come lei si alza e pensa all’articolo che deve scrivere loro pensavano solo se dovevano uccidere uno prima ad Alcamo o a Palermo. In Cosa Nostra c’è una lista di 50 persone, non sono chiacchiere. Sono numerati. Non si può fare il quinto se prima non si ammazza il primo. C’è una scaletta e si va in ordine di uno, due, tre. Talvolta Bagarella arrivava e diceva, c’è un’urgenza sparate al quindicesimo, poi ricominciate dal primo che è rimasto. E ora mi parlano di rieducazione? Ma non mi facciano ridere.

Cosa chiede allo Stato?

Io sono sicuro che se il presidente Sergio Mattarella fosse stato lì non avrebbe mai firmato una sentenza del genere. Il presidente è palermitano, sa cos’è la mafia perché gli ha ucciso il fratello. Io gli chiedo di non fare mai passare questa legge.

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