L’Ilva di Taranto, impianto tra i più inquinanti d’Italia, negli anni a cavallo tra la gestione dei Riva e il commissariamento ha incassato più di 470 milioni di euro proprio grazie all’anidride carbonica diffusa nell’ambiente. E il paradosso non riguarda solo l’acciaieria che ora ArcelorMittal vuol ridare allo Stato.

Tra 2008 e 2015 i grandi gruppi dell’acciaio, del cemento, della chimica e del petrolio hanno messo a segno 25 miliardi di euro di incassi aggiuntivi come “effetto collaterale” del sistema europeo per lo scambio delle quote di emissione. Che sulla carta punta a ridurre i gas effetto serra rendendo costoso rilasciare CO2. Ma sconta un peccato originale che al contrario consente all’industria del Vecchio continente di guadagnare dall’inquinamento. In modo legale e alla luce del sole.

Un’inchiesta di Fq MillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez in edicola da sabato 16 novembre con un numero intitolato “Quanti ipocriti sul carro di Greta”, racconta retroscena e conseguenze di questo sistema pressoché sconosciuto fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori. La falla che ha aperto la strada ai “profitti eccezionali imprevisti” risale al 2005, quando il meccanismo dei permessi a inquinare è entrato in vigore. I pilastri dell’Emission trading system sono due: un tetto ogni anno più basso alla quantità totale di gas serra che possono essere diffusi in atmosfera e un mercato virtuale su cui le aziende vendono e comprano le quote. A regolare gli scambi, come su ogni mercato, devono essere i prezzi. Ma le istituzioni comunitarie temevano che i costi avrebbero incentivato la delocalizzazione. Così hanno stabilito che all’inizio le quote di emissione sarebbero state assegnate gratis, sulla base della produzione e della CO2 emessa negli anni precedenti.

Nel 2008, però, con la crisi i livelli produttivi sono precipitati. Mentre il numero complessivo di diritti a rilasciare CO2 è rimasto lo stesso. È a quel punto che i grandi gruppi industriali hanno iniziato a rivenderli sul mercato o scaricarne il valore sui clienti finali, guadagnandoci. Nell’elenco dei beneficiari, che vede al primo posto le aziende tedesche, compaiono fra gli altri Italcementi, Buzzi e Versalis. Fuori dai nostri confini spicca ArcelorMittal. Che nel 2018 ha stimato in 201 milioni di dollari il valore dei permessi ottenuti grazie alla presa in carico dell’Ilva (tutti i nomi e le cifre si trovano sul mensile in edicola). “Questi profitti in realtà erano stati previsti dall’Ue”, spiega a Fq MillenniuM Carlo Carraro, ordinario di Economia ambientale alla Ca’ Foscari di Venezia. “Sono serviti per aumentare il consenso all’introduzione del sistema, limitando l’opposizione dei Paesi dell’est Europa”.

Ma le agevolazioni ai grandi inquinatori non si sono esaurite dopo la fase introduttiva, né saranno tolte nel 2021 quando ci sarà una riforma del sistema: alcune tra le industrie più dannose per il clima, complice una forte azione di lobbying, continueranno a godere di un trattamento di favore. E riceveranno diritti gratuiti a inquinare per un valore di oltre 120 miliardi in dieci anni. Il conto lo paga l’ambiente, perché il risultato è che le emissioni del manifatturiero non calano. Non solo: i proventi di quella parte di permessi che gli Stati vendono effettivamente all’asta sono vincolati solo per metà al finanziamento di misure green. Germania, Regno Unito, Spagna e Francia utilizzano comunque l’intero ricavato per combattere il cambiamento climatico. L’Italia, schiacciata dal debito pubblico, ha invece dirottato il 50% al Fondo ammortamento titoli di Stato.

L’inchiesta completa su Fq Millennium in edicola da sabato 16 novembre

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