Mentre Salvini cerca un bel sindaco per prendersi anche Roma (pare che la prescelta sia Giulia Bongiorno, santa patrona dei prescritti), il Pd gli presta i suoi cannoncini per bombardare Virginia Raggi in ottima compagnia: Lega, FdI, FI, microsinistre assortite, schegge dello stesso M5S, CasaPound, CasaMonica, CasaCaltagirone e terrazze romane al completo. Si dice che aspiri al Campidoglio Roberto Morassut, già assessore all’Urbanistica delle giunte Veltroni, già candidato trombato alle primarie romane 2016, ora deputato e sottosegretario all’Ambiente. Il quale, sul Foglio per non dare troppo nell’occhio, ha pubblicato un torrenziale documento programmatico dal titolo “Come archiviare la Raggi”, per un’“Agenda 2030” all’insegna di un non meglio precisato “riformismo civico”. Lì distribuisce patenti di “fallimento” a destra e a manca, fuorché a se stesso. Purtroppo, a descrivere il suo, provvide il 4 maggio 2008 Report di Milena Gabanelli, con un servizio di Paolo Mondani sul nuovo Piano regolatore della Capitale. Morassut, intervistato, tentò di rispondere ai rilievi sulle politiche urbanistiche dell’èra Veltroni. Poi, insoddisfatto, querelò Gabanelli e Mondani per diffamazione. E mal gliene incolse, perché i pm Delia Cardia e Sergio Colaiocco indagarono e diedero torto a lui e ragione a Report in una corposa richiesta di archiviazione subito accolta dal gip Roberto Saulino.

Chi volesse farsi un’idea di come, in quegli anni (Veltroni fu sindaco e Morassut assessore dal 2001 al 2008), Roma sia stata genuflessa ai palazzinari non ha che da leggere quel prezioso documento (da oggi consultabile sul sito del Fatto). Che esamina le principali “centralità” urbanistiche “individuate su terreni del privato, per lo più noti costruttori romani” e le conseguenti modifiche al Prg con “un uso disinvolto dell’accordo di programma che avrebbe consentito al privato di ottenere incrementi di cubature residenziali a scapito delle altre destinazioni, con aumento dei profitti, in cambio di finanziamenti di modesta entità per le infrastrutture”. Le famose opere di urbanizzazione sempre promesse e quasi mai realizzate dai palazzinari nell’indifferenza del Comune: “in tal modo lasciando al privato la decisione sulla programmazione e trasformazione di quelle aree, a differenza di altri Paesi europei dove l’amministrazione pubblica gestisce in prima persona, attraverso società miste, l’esecuzione di opere edilizie dalla cui commerciabilità acquisisce risorse per le urbanizzazioni”. Insomma, per la Procura “quasi tutti gli aspetti denunciati dall’inchiesta corrispondono a verità”.

E lì parte un rosario di esempi imbarazzanti. Tipo il complesso “Terrazze del Presidente in Acilia” (300 mila metri quadri) “iniziato con concessione edilizia annullata dai giudici e terminato col rilascio di centinaia di concessioni edilizie in sanatoria in modo del tutto illegittimo” col corollario della consueta “mancata realizzazione di gran parte delle infrastrutture che l’impresa costruttrice avrebbe dovuto eseguire, previo scomputo dei contributi di costruzione e oneri concessori… L’affermazione del Morassut per cui il rilascio delle concessioni in sanatoria fosse una tappa obbligata e il Comune non avrebbe avuto altra scelta appare non vera”. Bastava che il Comune facesse “un controllo scrupoloso di quell’enorme complesso immobiliare” per “impedire il rilascio delle concessioni, il completamento quasi totale dell’insediamento e applicare le previste sanzioni”. Ragion per cui l’“allora assessore non può poi dolersi se la lettura critica di tali dati di fatto induca alla riflessione secondo cui il Comune avrebbe ritenuto preferibile ‘regalare’ concessioni in sanatoria ai costruttori in cambio di versamenti in denaro e consentire così una cementificazione indiscriminata”.

Le conclusioni dei pm sono impietose: “La questione fondamentale che si ripropone per tutti gli interventi urbanistici di grosse dimensioni riguarda la mancata o parziale realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria che dovrebbero precedere o procedere congiuntamente all’esecuzione delle costruzioni residenziali secondo le previsioni programmatiche, quasi mai però rispettate dai costruttori – che evidentemente privilegiano l’intervento più redditizio – o fatte rispettare a causa della carenza dei controlli… dell’amministrazione comunale che dovrebbe pretenderne l’osservanza”. Con gravi danni anche alla “qualità della vita di chi va ad abitare in quei nuovi quartieri” privi di servizi. Il copione si ripete da Ponte di Nona a Bufalotta (regno di Toti e Caltagirone), dal Parco delle Sabine ad Acilia Madonnetta (passata da Telecom a Toti e Ligresti), da Anagnina-Romanina (di Scarpellini) a Fiumicino e Magliana (di Toti): al centro “l’incapacità del Comune di resistere alle pressioni del privato, anche laddove stravolgano le previsioni originarie… fornendo materiale per le censure fondate di chi, come i curatori della trasmissione, sottolinea una certa ‘sudditanza’ alle esigenze di profitto dei costruttori”. Idem per “gli interventi nella zona di Tor Pagnotta, la lottizzazione di Grottaperfetta, tutti facenti capo alla famiglia Caltagirone”. Per non parlare dei “numerosissimi abusi nel Parco dell’Appia Antica, sottoposto a molteplici vincoli per la rilevanza storica, archeologica e paesistica… non demoliti ancorché realizzati in prossimità di monumenti importantissimi come il mausoleo di Cecilia Metella e anzi spesso oggetto di sanatoria… rilasciata illegittimamente… anche per incuria delle amministrazioni preposte ai vincoli”.

Con tutto il rispetto per Morassut, questo biglietto da visita dovrebbe indurlo a riporre nel cassetto i sogni di fare il sindaco. Anche perché, se insistesse, qualcuno potrebbe domandargli che ci faccia al ministero dell’Ambiente.

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