Quasi 68 milioni di euro di spese in circa un anno di lavoro nella procedura di concordato di Astaldi. Più di un terzo, 25 milioni di euro, sono i compensi stabiliti per i tre commissari (Stefano Ambrosini, Vincenzo Ioffredi e Francesco Rocchi) che a loro volta potranno contare su un fondo spese incrementali da 21 milioni, per un totale di 46 milioni di euro. Lo stesso della precedente proposta di concordato della multinazionale romana delle grandi costruzioni che è stata ritoccata nei mesi scorsi ed è in attesa dell’approvazione dei creditori. Ma se i saldi sono invariati, altrettanto non si può dire delle proporzioni: in quella della scorsa primavera, per i compensi dei commissari erano appostati ben 45 milioni di euro, mentre il fondo spese era di soli 1,6 milioni.

Resta il fatto che anche dopo l’aggiustamento i numeri della proposta concordataria di Astaldi, che deve più di 7 milioni di euro all’Inps e oltre 21 milioni all’Agenzia delle Entrate, sono comunque ragguardevoli. Tanto da aver fatto saltare i nervi agli obbligazionisti, che sono pronti a scendere sul piede di guerra. Anche perché a loro viene chiesto di rinunciare al 62% del proprio credito, che significa un totale di 562 milioni su 907 che vanno in fumo, mentre il resto verrà incassato in carta e pagherò. Intanto il diretto concorrente di Astaldi, Salini Impregilo, comprerà il pacchetto di controllo (65%) della nuova società di costruzioni, ripulita e alleggerita dai debiti, per appena 225 milioni. Senza neanche dover fare un’offerta pubblica di acquisto (Opa). Tutto nell’ambito di “Progetto Italia”, il piano di Salini per trasformare il suo gruppo nel campione nazionale degli appalti con l’aiuto dei soldi pubblici di Cassa Depositi e Prestiti. Così il Comitato bondholders Astaldi, che riunisce circa 350 piccoli risparmiatori titolari di obbligazioni per 65 milioni di euro, ha deciso di contestare i numeri dell’offerta di Salini Impregilo e i termini di una proposta in cui i vincitori sono principalmente Salini e le banche creditrici Bnp Paribas, Unicredit, Bpm e Intesa. Con quest’ultima che è tra i maggiori finanziatori anche di Salini e tra i suoi consiglieri ha Corrado Gatti, firmatario dell’attestazione del piano concordatario di Astaldi, in conflitto di interessi e in contrasto con la legge fallimentare.

Anche se, interpellata dal Fatto Quotidiano, la banca milanese “fa presente di non ravvedere profili di conflitto di interesse rispetto al ruolo avuto da Gatti nell’ambito del concordato Astaldi. Ciò perché la richiesta di concordato Astaldi risale a ottobre 2018, ben prima della candidatura di Corrado Gatti nella lista di minoranza per l’elezione del consiglio di amministrazione di Intesa Sanpaolo, avvenuta il 30 aprile 2019”. Inoltre, “il CdA di Intesa Sanpaolo eletto ad aprile 2019 si è espresso rispetto all’operazione Progetto Italia e non rispetto al concordato Astaldi”.

Fatto sta che all’assemblea degli obbligazionisti attesa per gennaio voleranno gli stracci. E sarà solo il primo step. Se non si riuscisse a trovare un accordo nell’adunanza dei creditori del prossimo 6 febbraio, salterebbe tutta l’operazione. E con lei sfumerebbe anche anche Progetto Italia.

Entrando nel merito delle contestazioni, il Comitato bondholders Astaldi ritiene che “secondo le prime analisi preliminari, le valutazioni espresse nel piano non appaiono condivisibili”, come si legge nella bozza di una lettera che gli obbligazionisti intendono inviare ai commissari. Di qui la decisione di affinare “le nostre analisi (…), ma è certo che se queste valutazioni dovessero essere confermate la proposta concordataria difficilmente potrà essere accettata dagli obbligazionisti”, prosegue la nota. Da dove nascono le perplessità degli obbligazionisti per un progetto che ha già suscitato le ire dell’Associazione nazionale costruttori edili (Ance) per via dei potenziali effetti distorsivi della concorrenza? Per rispondere a questo interrogativo, bisogna fare un passo indietro, entrando nei dettagli dell’offerta. Nella proposta di concordato, Salini-Impregilo ha messo sul piatto degli obbligazionisti 38 euro per ogni 100 euro di credito, con una sforbiciata al debito del 62%. Questa cifra non verrà però pagata in contanti: 16 euro saranno quote della Nuova Astaldi che nascerà post-accettazione del concordato e altri 22 euro saranno restituiti agli obbligazionisti man mano che verrà attuato il piano di dismissione di alcuni specifici asset.

Secondo le prime analisi del Comitato, i numeri della proposta di Salini non quadrano: la valutazione della componente azionaria consentirebbe agli obbligazionisti di recuperare non il 16% dichiarato nell’offerta, bensì una percentuale inferiore al 5. Inoltre, a parer loro, la nuova Astaldi, ripulita dai debiti, vale ben più dell’offerta depositata da Salini: il gruppo di costruzioni romano pagherebbe 225 milioni per il 65% della nuova azienda che nell’ipotesi più conservativa avrebbe un valore complessivo di almeno un miliardo. Senza contare i dubbi sul piano di dismissioni. Su quest’ultimo punto, i titolari delle obbligazioni Astaldi temono che ci sia un eccessivo ottimismo sulla valorizzazione e la vendita di alcuni asset come le attività in Venezuela (121 milioni) o la quota di Astaldi nella società concessionaria del Terzo Ponte sul Bosforo (300 milioni).

Secondo le stime degli obbligazionisti, azzerando anche solo il valore delle attività in Venezuela e includendo la parte azionaria, i creditori non recupererebbero il 38% come dichiarato nell’offerta, bensì appena il 23%. Quanto basta, nei termini di legge, per offrire agli obbligazionisti la possibilità di una proposta concorrente per rilevare Astaldi.

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