Da decenni l’Umbria, come la Toscana, è terra di grandi tradizioni per il connubio tra politica e massoneria, ma alle Regionali di domenica prossima la sorpresa del candidato in grembiule e compasso arriva dal partito più anti-massonico in circolazione. Cioè, i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, difensori della fede fascioclericale e nemici assoluti del diavolo laicista rappresentato da teoria gender, aborto e politiche migrazioniste.

In lista con la formazione meloniana in Umbria c’è infatti un commercialista di Perugia che si chiama Paul Dongmeza, come ha rivelato La Nuova Bussola Quotidiana. E qui la sorpresa è doppia. Innanzitutto perché Dongmeza è un africano di origini camerunensi, da 37 anni in Italia, che si batte per l’inclusione dei migranti. E poi, appunto, perché è stato qualche anno fa il primo maestro venerabile nero del Grande Oriente d’Italia, la più grande obbedienza massonica del Paese.

Iscritto alla loggia “Tiberi” di Perugia oggi Dongmeza non è più maestro ma continua a frequentare i lavori della loggia. “Sono camerunense, vengo da una cultura sincretica e iniziatica”. Ma come si concilia tutto ciò con il tradizionalismo dell’estrema destra che vede ovunque complotti demo-pluto-giudaici-massonici? Ha risposto il senatore Franco Zaffini, che è anche coordinatore umbro di FdI: “Non abbiamo preclusioni”.

In realtà è da un po’ di tempo che il partitino della Meloni – che aspira a scavalcare Forza Italia nel nuovo centrodestra sovranista – dimostra continue affinità con l’universo esoterico dei fratelli in grembiule. All’ultima Gran Loggia di Rimini, il raduno annuale del Goi, un deputato siculo di FdI, Antonio Catalfamo, ha ricevuto la “Galileo Galilei”, la più alta onorificenza che il Grande Oriente dà ai non massoni. Il motivo? Catalfamo si è battuto nella sua regione contro la legge Fava, che impone ai componenti dell’Assemblea regionale siciliana (Ars) di dichiarare la loro appartenenza alla massoneria.

In fondo per i postfascisti e postmissini della Meloni è un ritorno alle radici massoniche del fascismo sansepolcrista (la massoneria come “madre nutrice” dei fasci), prima che lo stesso Duce nel 1923 si pronunciasse per l’incompatibilità tra Pnf e logge.

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