Che la battaglia tra la Turchia e l’esercito curdo in Siria sia impari non è dimostrato solo dal fatto che quello di Ankara è il secondo esercito della Nato, né dal fatto di disporre di 400 mila uomini contro, forse, le 35 mila unità dell’Ypg. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), la Turchia detiene il 15º esercito del mondo e solo nel 2018 ha impiegato 18,9 miliardi in spese militari contro i 12,5 miliardi stanziati dieci anni prima, nel 2008: un balzo di circa il 50%.

Gli affari, recentemente, sono stati fatti con il nuovo alleato russo da cui la Turchia ha acquistato i sistemi missilistici antiaerei S-400. Il contratto è del 2017 e Sergey Chemezov, direttore generale della Rostec State Corporation, nel dicembre 2017 ha affermato che il costo di consegna è stato di 2,5 miliardi di dollari. Ma il grosso dell’importazione di armi proviene dall’occidente, Italia compresa.

“Negli ultimi quattro anni l’Italia ha autorizzato forniture militari per 890 milioni di euro e consegnato materiale di armamento per 463 milioni di euro”, ha sottolineato pochi giorni fa Francesco Vignarca della Rete Disarmo. Nel 2018 sono state concesse 70 licenze di esportazione definitiva per un controvalore di oltre 360 milioni di euro. In termini più concreti: armi o sistemi d’arma di calibro superiore ai 19.7 mm, munizioni, bombe, siluri, razzi, missili e accessori, apparecchiature per la direzione del tiro, aeromobili e software. Insomma, la guerra ai curdi si fa anche con armi italiane

Se volessimo dare un nome e cognome a queste armi non si può non tirare in ballo il gruppo Leonardo, a partecipazione pubblica, collocato al 9° posto nella classifica dei Top 100 costruttori di armi stilata dal Sipri (con 8,86 miliardi di armi vendute complessivamente contro i circa 45 miliardi della prima classificata, la Lockeed Martin, i 27 miliardi della seconda, la Boeing e i circa 23 della terza, la Raytheon, tutte e tre statunitensi).

Secondo le analisi effettuate sempre dalla Rete Disarmo, tra i marchi italiani più esposti verso la Turchia si segnala Agusta-Westland con la produzione degli Elicotteri T129 (61 nel 2010) basati sull’A129 Mangusta, il tutto per un controvalore di circa 3 miliardi di euro. Alenia Aermacchi, sempre secondo i dati della Rete Disarmo, illustrati da Giorgio Beretta, ha venduto alla Marina turca gli ATR72-600 Tmua. “Non dimentichiamo poi – aggiunge Beretta – che l’azienda Beretta è da anni presente in Turchia dove produce le sue pistole attraverso la controllata Stoeger di Istanbul anche per il ministero della Difesa turco”.

Leonardo, quando ancora si chiamava Finmeccanica, così scriveva: “Per Finmeccanica la Turchia rappresenta soprattutto un partner industriale anziché un semplice mercato potenziale”. Oggi Finmeccanica opera in Turchia attraverso una propria sede di rappresentanza ad Ankara.

Ma la parte del leone la fanno, ovviamente, i gruppi internazionali, Stati Uniti in testa di cui però non esiste il dettaglio delle esportazioni in Turchia se non le dichiarazioni rese dalle società stesse.

La più grande società di armi al mondo, la Lockeed Martin, quella che costruisce gli F-35 (anche se con Ankara c’è stata una marcia indietro vista la contiguità con i sistemi missilistici russi) ha diversi piani come gli F16 Flighting Falcons con una joint venture con la Turkish Aircraft Industries; il Fixed Wing Sensor per l’aeronautica turca e l’Hellfire Missile.

Anche la statunitense Boeing si definisce “un fornitore affidabile e partner delle forze armate turche” che annoverano nel loro inventario ben 170 aerei militari Boeing (F-4 e Kc-135) mentre sono in consegna 11 elicotteri per carichi pesanti CH-47F Chinook “ordinati dalle forze di terra turche”. Il volume di affari della società Usa in Turchia è di 1,8 miliardi e impiega direttamente o indirettamente circa 5000 persone nel settore dell’aviazione turca.

Ben esposta anche l’Europa con il consorzio Airbus, 7° costruttore militare al mondo con vendite per 11,3 miliardi, che vanta per il 2020 un investimento di 2,5 miliardi in Turchia che crescerà entro il 2030 a 5 miliardi. Si tratta ovviamente di aerei di linea, ma anche di elicotteri come gli AS532 Cougar. La stessa Airbus conferma che nel 2018 la Turchia è il più grande utilizzatore di Cougar con 46 elicotteri a uso militare. Per il futuro Airbus “considera la Turchia un partner industriale strategico”.

Un’altra storia importante da segnalare è quella della francese Thales, ottava posizione nella classifica dei costruttori di armi con 9 miliardi di fatturato complessivo. Thales “ha una lunga storia di cooperazione con la Marina turca”, si legge nella comunicazione della società francese, e nel campo militare il Gruppo ha stabilito una posizione di forza come principale fornitore tanto che la maggior parte della dotazione della Marina turca viene dalla Francia. Se l’Europa volesse dare un segnale contro la guerra turca saprebbe da dove cominciare.

Articolo Precedente

Di Maio chiede “sanzioni”. Conte è contrario, e sfuma

prev
Articolo Successivo

Morti e centomila sfollati: tre giorni di “Fonte di pace”

next