Ufficiali militari come capi magazzino. Per i suoi centri di distribuzione e depositi di smistamento, almeno venti in tutta la Penisola, con circa 6 mila lavoratori impiegati, la filiale italiana di Amazon ha avviato una campagna di reclutamento riservata a chi abbia nel curriculum una carriera nell’esercito, in corso o pregressa. L’annuncio spiega, mutuando una frase attribuita al fondatore Jeff Bezos, come l’azienda cerchi “leader inventivi, che pensino in grande, abbiano propensione per l’azione e il servizio al cliente, caratteristiche familiari a uomini e donne che abbiano servito il loro Paese nelle forze armate”. Fra i requisiti preferenziali c’è il comando quinquennale di unità di non meno di cento individui, il che stringe il campo agli ufficiali, da capitani e tenenti in su.

Del resto il primo degli obiettivi dei nuovi Area Manager sarà “guidare, motivare e sviluppare un team di 80-100 amazzoniani (fino a 200 durante i periodi di picco)”. L’Area Manager, in sostanza, dovrà vigilare sulla disciplina dei lavoratori. La scelta di persone abituate a comandare non può non rimandare al contesto generale in cui Amazon opera in Italia. La logistica italiana, ad esempio, è oggi un settore caratterizzato da un alto livello di tensione sindacale, frutto di una terziarizzazione spinta che, in parallelo al crescere della presenza di personale extracomunitario, ha aperto la via a episodi di sfruttamento in altri ambiti dimenticati e, quindi, a forme virulente di protesta, da anni inedite nell’industria. Le sigle autonome hanno trovato ampio spazio, con risultati di segno diverso a seconda delle vertenze, ed è indubbio che le relazioni sindacali nel settore restino problematiche. Tanto da portare lo scorso governo ad accogliere, col primo dl Sicurezza, l’invito delle organizzazioni datoriali a criminalizzare il picchettaggio, facendone ragione di espulsione per il lavoratore non europeo. “L’approccio di Amazon non è nemmeno anti sindacale. Per Amazon è proprio la funzione sindacale a non aver senso, tanto da non aver neppure un ufficio centralizzato nazionale dedicato – spiega Danilo Morini della Filt Cgil – Qualcosa in Europa sta cambiando dopo che coi colleghi francesi e spagnoli l’abbiamo costretta ad attivare un Cae (Comitato aziendale europeo, organo di informazione dei lavoratori che gli stessi possono imporre alle multinazionali operanti in Europa) e qualche apertura s’è registrata, anche se Amazon ha dato l’agibilità al confronto sindacale solo territorialmente, coi responsabili dei singoli magazzini”.

La ricerca di Amazon di ufficiali dell’esercito, quindi, può apparire critica se legata a questo contesto più che alle origini militari della logistica. Tanto più che l’essenzialità del background militare caratterizza gli annunci italiani e spagnoli. “Si tratta di un refuso che stiamo correggendo – replicano dalla sede milanese dell’azienda – La carriera militare è un requisito preferenziale, ma l’attenzione a questo genere di esperienza è frutto di un programma iniziato nel 2017. Amazon impiega centinaia di veterani e riservisti nei suoi uffici e magazzini in tutta Europa, un numero che continua a crescere. Sono buoni leader che hanno difficoltà a trovare delle opportunità soddisfacenti dopo aver lasciato l’esercito”. Inquadrare alla disciplina militare un plotone di facchini pare un’ottima alternativa: secondo la testimonianza di una ex ufficiale raccolta dal Fatto sarebbero in tanti ad aver risposto all’offerta di Amazon, tanto da creare qualche problema d’organico, soprattutto in Marina, da cui però non sono arrivate conferme.

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