Italia addio, indietro non si torna”, a caratteri cubitali. La pagina centrale era un poster con la foto di Totò Riina e la scritta: “Io non vado sul Po, io voto Berlusconi”. Il 15 settembre 1996, giusto 23 anni fa, dalla tipografia Seregni di Paderno Dugnano usciva il numero zero de il Nord, prologo unico de La Padania considerato oggi un cimelio introvabile, tanto che c’è chi lo propone su eBay alla modica cifra di 9mila euro. “È un po’ caro, ma per averlo pagherei il giusto prezzo”, assicura Mario Borghezio. La copia in vendita appartiene a un commerciante milanese. Quando l’ha ritrovata, sepolta nella pila delle Pagine Gialle, l’ha messa all’asta su Internet, al costo di una macchina. “Io l’ho avuta per caso e per caso me la sono ritrovata”, racconta Giovanni S. “Avevo 25 anni e non ero leghista, un amico mi trascinò alla chiamata di Bossi che proclamava l’indipendenza della Padania dalle rive del Po”. Una marcia che aveva il sapore della sfida eversiva alle istituzioni e all’identità nazionale. “Per i Tg sembrava l’Apocalisse, per noi era una gita sul fiume, una goliardata. Lì distribuivano questo giornale che non si trova più”.

La pubblicazione (anno 1 numero zero, lire 3mila) sembra effettivamente una rarità: non ce l’hanno le biblioteche nazionali centrali di Roma e Firenze, né l’emeroteca del Senato. Idem in via Bellerio, dove l’archivio della Padania smantellata nel 2014, dopo 18 anni di pubblicazioni, è sepolto da qualche parte. Fa sapere di non averla la vedova di Gilberto Oneto, studioso e intellettuale “padano” riscopritore del cosiddetto Sole delle Alpi, che partecipò alla fondazione del giornale. Gianluca Marchi, il direttore responsabile della testata che quattro mesi dopo diverrà La Padania, si è trasferito in Portogallo e non mette la mano sul fuoco di averla conservata, così come Stefano Stefani, lo storico tesoriere del Carroccio e fondatore con Bossi della centrale dei media padani Editoriale Nord. E allora eccolo qui Il Nord, il passato della Lega in vendita: 14 pagine in bianco e nero, “edizione speciale per il Po”. Un passato che ancora parla.

“Nasce la Padania. Il palazzo trema” era il titolo d’apertura, e nell’occhiello “Sul Po la più grande manifestazione indipendentista del secolo. Bossi: Italia addio, indietro non si torna”. Poi la Lega è entrata nel palazzo ma non è più tornata indietro, diventando il partito più longevo in Parlamento. Al centro del giornale, Riina e quel titolo sul “mafioso di Arcore” quando la condanna di Dell’Utri era di là da venire; salvo andarci a nozze per un quarto di secolo, segnando la storia ingloriosa della Seconda Repubblica. Con l’unico esemplare noto in mano, chiamiamo l’allora direttore Marchi che quattro mesi dopo, l’8 gennaio del 1997, inaugurerà La Padania, un successo sopra le 100 mila copie nei primi mesi.

“Allora eravamo fieramente antiberlusconiani e giustizialisti”, rivendica oggi che di anni ne ha 62 e si è trasferito a Cascais, come molti pensionati in cerca di un tenore di vita dignitoso. “Non a caso su quel numero, che non so dire quanto valga, c’è un articolo a firma di Marco Travaglio (allora disoccupato: Daniele Vimercati gli aveva chiesto un blob di tutti quelli che insultavano la Lega dopo averla elogiata, ndr). Per noi scrivevano penne formidabili come Massimo Fini cui facemmo una corte spietata. Non è strano, la prima Padania era un giornale di area ma vero, non un foglio di partito. Sono andato via a metà del 1999, sei mesi prima della scadenza del contratto e senza i paracadute che mi furono offerti, proprio perché lo volevano trasformare nel bollettino della Lega. Ed era già un’altra Lega da quella delle origini, più simile a quella d’oggi. Piena di consensi e vuota di argomenti”.

L’inizio della fine. “Politicamente come movimento la Lega morì allora, con Bossi che non aveva il coraggio di andare fino in fondo sulla secessione; i parlamentari con cravatta verde d’ordinanza inchiodati a Roma; l’abbraccio a Berlusconi e alla destra che aveva ben poco di politico ma molto di interesse. Fino al 1999 Bossi lo chiamava piduista, “Berluskaz”, lo accusava di fare il lavaggio del cervello alla gente con le sue tv. Era convinto che dietro di lui si nascondessero fascismo e mafia. A partire da Il Nord e per tutti gli anni che ho diretto La Padania lo abbiamo massacrato. Io avevo sul gobbo 14 querele per svariati miliardi di lire. Fino, appunto, al 1999”. L’anno della conversione sulla via di Damasco, l’inizio della fine. “Bossi era un cuor di leone in piazza ma un cacasotto per le vicende giudiziarie e i debiti. Alla fine di quell’anno, io mi ero già dimesso, arrivò il patto dal notaio di piazza Borromeo che garantiva al Cavaliere il ritorno al governo coi voti leghisti. Quel contratto coincise con la remissione istantanea di tutte le querele Fininvest e con le fideiussioni di Berlusconi a favore del partito ormai coperto di debiti”.

Il giornale dell’epoca, la Lega di oggi. “Salvini ha fatto una cazzata”, scriverei così un editoriale de Il Nord. Scriverei che il sole deve avergli dato alla testa con la storia dei ‘pieni poteri’. Salvini è un istintivo, ma ha sbagliato tutto. Non è solo colpa sua, per carità. Guida un partito personale senza più radici, identità e progetto politico. Per questo agita in un bicchiere la paura dell’immigrato o l’astio verso l’Europa smerciando slogan senza senso, tipo: ‘prima gli Italiani’. Salvini l’ha usato abilmente, fomentando una paura eccessiva e prendendo per il culo tutti; costringeva gli italiani a concentrarsi su alcune navi ma da terra o da sotto o da sopra entravano tutti. La sola tattica però alla lunga non basta, trovi sempre uno più abile che te la fa sotto il naso. Il consenso poi è volatile come i social, e di uno che abbaia dall’opposizione i suoi elettori non sanno che farsene. I sondaggi lo dimostrano”. L’intervista nata dal passato finisce con due profezie. “Se il governo Conte 2 arriva a giugno Salvini è spacciato e nella Lega scatterà la resa dei conti. Perché sono convinto che da dentro ci sia stata qualche spinta perché andasse così”. Un nome? “Penso a Giorgetti (Giancarlo, numero 2 della Lega con sei legislature alle spalle, ndr). È praticamente scomparso dai radar, salvo passaggio della campanella con Conte. Quello, lo dico per esperienza, la testa ce l’ha e non solo la pancia”.

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