Se fossi Giorgia Meloni sarei incazzata nera con Matteo Salvini per avermi di fatto ignorata quando ha deciso di mandare a gambe all’aria, da un mojito all’altro, e nel momento sbagliato, il governo gialloverde. E se pure qualcosa mi aveva fatto capire, non gli perdonerei di non avere tenuto in debita considerazione i miei inviti alla cautela.

Sarei molto arrabbiata con lui per aver considerato Fratelli d’Italia una specie di ruota di scorta del Carroccio. Di non averne apprezzato coerenza e lealtà. Di essersi fidato più di quello Zinga lì che del mio intuito politico (femminile). Per esempio, quando il segretario Pd gli prometteva elezioni subito, e io non escludo conoscendo la doppiezza sinistra che fosse pure lui d’accordo con Matteo Renzi per fare il governo con i grillini e un pacco a Salvini. Ma, soprattutto, non gli perdono di aver mandato a puttane (scusate ma quanno ce vò ce vò) il progetto del primo governo sovranista d’Italia (lui a Palazzo Chigi e io perché no al Viminale) che era una pera matura che andava solo raccolta. E invece lui che ha fatto? Se l’è mangiata.

Se fossi Giancarlo Giorgetti (o Luca Zaia, o una delle tante persone serie della Lega) sarei imbufalito con Matteo per non averci dato retta quando gli dicevamo di staccare la spina a quegli incapaci dei nostri alleati immediatamente il 26 maggio, dopo che li avevamo doppiati alle Europee e barcollavano come pugili suonati. Se fossi il capogruppo leghista al Senato, Massimiliano Romeo (o quello della Camera Riccardo Molinari) sarei rispettosamente perplesso (ma solo un pochino) per la decisione del nostro amatissimo Capitano di aprire la crisi ricacciandoci nell’oscurità sfigata dell’opposizione. Ma avrà avuto sicuramente le sue ragioni né possiamo pretendere che ce le venga a dire a noi e ci accontentiamo che ci consenta qualche comparsata da Mentana o ad Agorà cosicché i nostri cari, a Monza e ad Alessandria, sappiano che esistiamo ancora. Se fossi Gian Marco Centinaio, gli chiederei: aho ma che ti è saltato in testa di aprire la crisi proprio quando giravo in moto per la Sardegna, abbronzatissimo e con le basette fighe, e mi hai fatto tornare di corsa e ora non ho più neanche quello straccio di ministero agricolo, ma porcaccia di quella miseria!

Se fossi Silvio Berlusconi metterei un’altra tacca sulla spalliera del lettone di Putin, accanto a quelle di Fini, Follini, Bondi, Cicchitto, Alfano e di tutti gli scappati di casa che hanno tentato di farmi le scarpe invece di lucidarmele. Indovinate a chi sto pensando?

Se fossi Luigi Di Maio mi sentirei profondamente deluso, perché ho imparato a conoscere il cinismo della politica, ma non avrei mai pensato al cinismo di chi si dichiara tuo amico e poi ti accoltella alle spalle.

Se fossi Giuseppe Conte sarei riconoscente a quel pirla del mio ex vicepremier (a Volturara Appula si dice qualcosa di più forte) che pensava di liquidarmi e invece, grazie grazie, ha fatto la mia fortuna. Dandomi perfino l’opportunità di esprimere davanti all’Italia tutta che cosa penso realmente di lui, tra gli applausi scroscianti del Senato. Poiché non serbo rancore (ah ah) lo invito a venirmi a trovare a Palazzo Chigi, così magari ci riconciliamo sorseggiando un bel mojito (ah ah ah).

Se fossi Matteo Salvini non saprei capacitarmi della gigantesca cazzata che ho fatto e penserei seriamente di ritirarmi della politica e di accettare una poltrona, anzi un trespolo, da addetto alla sicurezza con pieni poteri su parco giochi e karaoke, da parte dei miei fedeli amici di Milano Marittima. Pronto? Come? Niente da fare? Che diavolo significa che la pacchia è finita?

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