Poteva trasformarsi in un esiziale ko per un intero impero finanziario, quello dei Benetton che dai maglioni era trasmigrato da decenni nel lucroso business delle concessioni, Autostrade in testa.

Del resto la tragedia del Ponte Morandi, sbriciolatosi in un istante con il suo carico di morti, feriti e disperazione, non è e non sarà mai un evento cancellabile con qualche ristoro economico e l’oblio del tempo. Già la Borsa in quel lontano ferragosto di un anno fa aveva adombrato il peggio, con il crollo della capitalizzazione di Atlantia che in un giorno solo bruciò un quarto del suo valore pari a 5 miliardi. Tutto lasciava presagire tempi cupissimi per la società Autostrade e a risalire a monte per la controllante Atlantia fino a Edizione, la holding di famiglia dei Benetton.

Quel colpo durissimo non poteva essere lenito facilmente. E invece a distanza di soli 12 mesi Autostrade e la sua holding quotata, Atlantia, hanno già di fatto cancellato dai loro bilanci quasi ogni traccia del disastro. Con addirittura un effetto paradosso. Autostrade si è mossa per tempo a liquidare i risarcimenti dovuti alle vittime ai familiari. Nel 2018 ha erogato 33 milioni di euro di risarcimenti e altri 4 milioni li ha stanziati nel primo semestre del 2019. Ma, e ha un sapore amaro vista così, Autostrade è già rientrata in possesso di quell’esborso. Nel bilancio del primo semestre Autostrade ha iscritto un provento di 38 milioni come rimborso assicurativo per la Rca verso terzi del crollo del Polcevera. Pari e patta, soldi dati ai familiari subito rientrati completamente nei conti della società grazie alla polizza che ha rimborsato il danno ad Autostrade. Non solo: Atlantia avrebbe coperture assicurative totali per un valore di 350 milioni di euro. Se e quando verranno azionate varrebbero 10 volte i ristori agli eredi. Certo gli oneri economici per il crollo si sono visti nei conti del gruppo. La società ha accantonato 513 milioni in un fondo per le spese legate al disastro. Di quel mezzo miliardo finora sono usciti dalle casse poco meno della metà: 209 milioni al Commissario Bucci per i lavori di demolizione e ricostruzione e appunto i 37 milioni finora versati ai familiari. Quel mezzo miliardo è il prezzo “economico” della tragedia.

Possono apparire tanti, ma è una questione di punti di vista. Quanto pesa quel mezzo miliardo su Autostrade e Atlantia? Poco, molto poco. Facilmente recuperabili. Basti pensare che sono poco più del 10% dei ricavi totali di Autostrade di un solo anno. Nel 2018 il gruppo ha visto i ricavi superare i 4 miliardi di euro. Gli oneri della tragedia sono costati 500 milioni a livello di margini. Nonostante il “sacrificio” il margine lordo l’anno scorso è stato di quasi 2 miliardi, il 50% dei ricavi, un valore di fatto ben poco scalfito dal terribile crollo. Il sacrificio sugli utili è stato di poco più di 300 milioni, portando il monte profitti a 600 milioni dagli oltre 900 del 2017. Ma nonostante il peso immane dei 43 morti, Autostrade non si è fatta mancare nulla.

Nell’anno più infausto della sua storia ha staccato un dividendo per i soci di ben 311 milioni e ha avuto anche modo di rimborsare a febbraio del 2019 un bond da 593 milioni che costava il 4,5% di interessi alla società. Non certo il profilo di una società in difficoltà. Anche Atlantia, la controllante, non ha subito scossoni. Anzi il suo sguardo l’anno scorso si è rivolto altrove, alla conquista di Abertis, il gigante spagnolo di costruzioni e autostrade rilevato solo 2 mesi dopo la tragedia genovese. Un’operazione che oggi consente ad Atlantia di sfornare un margine lordo sui ricavi esplosivo, al 63%, e un flusso di cassa operativa di ben 2,5 miliardi, il doppio rispetto a un anno prima. Gli utili del gruppo quotato post-shopping spagnolo si sono attestati in sei mesi a 777 milioni in aumento di oltre il 40% sul semestre del 2018.

Come sempre le società dei Benetton, tra Autostrade e aeroporti, vere macchine indistruttibili di soldi, si rivelano sempre munifiche per i propri azionisti. L’utile di Atlantia del 2018, di oltre 800 milioni, è finito per il 90% in ricco dividendo per i soci. E che il Ponte Morandi rischi di passare alla storia come un piccolo incidente di percorso recuperabile rapidamente lo dice il mercato. Che ha ben capito da tempo che la battaglia sulla revoca della concessione agitata dai 5 Stelle sarebbe stata un ballon d’essai. Difficile strappare ai Benetton le autostrade per il rischio di un pesantissimo e onerosissimo contenzioso ai danni dello Stato. Revocare vorrebbe dire pagare, avvertono i giuristi del ministero, ai Benetton i flussi di cassa attesi da qui al 2042, tant’è la durata della concessione. In soldoni oltre 20 miliardi di oneri presumibilmente dovuti alla famiglia veneta. E così da gennaio di quest’anno ecco il titolo risalire in Borsa con continuità, fino a recuperare del tutto i 5 miliardi bruciati un anno fa. Oggi Atlantia capitalizza in Borsa 19,8 miliardi, lo stesso valore del giorno prima della tragedia. E tanto più ora, con la caduta del Governo si è capito che quella strada sarà difficilmente percorribile in futuro.

Nel mezzo la vicenda Alitalia, vissuta come merce di scambio. Con un obolo di 300 milioni i Benetton avrebbero salvato il vettore agonizzante, in cambio ovviamente di un atteggiamento più remissivo sulla concessione. Con la coda di un gigantesco conflitto d’interesse: i Benetton azionisti di Alitalia e contemporaneamente padroni di Adr, gli aeroporti di Roma, che vivono sulle tariffe pagate dai vettori. Ciò che farebbe bene ai conti di Adr, ferirebbe Alitalia e viceversa.

Che un certo cinismo da “the business must go on” affiori da tutta la vicenda lo dicono anche le remunerazioni dei manager Atlantia, l’ad Giovanni Castellucci in testa. Pur nell’anno del disastro che avrebbe potuto ferire mortalmente il gruppo il suo portafoglio non ne ha risentito. Anzi. Solo di compensi fissi e bonus l’ad di Atlantia ha incassato nel 2018 5 milioni di euro, quasi il doppio della remunerazione (fisso + bonus) del 2017. Ma Castellucci ha portato a casa anche un bonus per l’operazione Abertis di 2,2 milioni e conta su un ricco portafoglio di stock option maturate nel tempo: oltre 3 milioni di azioni a prezzi d’esercizio tra i 23 e i 25 euro. Deve solo aspettare che il titolo voli sopra i 25 euro per incamerare plusvalenze. Ponte Morandi a parte.

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