Ne sono successe tante, forse troppe. E lo strappo con il capo, con Luigi Di Maio, si è dilatato, diventando una voragine. Così Massimo Bugani, bolognese di 41 anni, veterano del M5S, ha deciso che è ora di uscire da quella porta. “Mi dimetto da vice-caposegreteria di Luigi Di Maio a Palazzo Chigi, e lascerò anche i ruoli di referente del Movimento in Emilia Romagna e dei sindaci”.

Rimarrà consigliere comunale a Bologna, l’amico di vecchissima data di Beppe Grillo e dei Casaleggio, “perché sono convinto di aver svolto un grande lavoro in Comune”. Ma è pronto anche a un altro addio: “Se dovessi rendermi conto che la mia permanenza nell’associazione Rousseau può diventare un problema per Davide Casaleggio, non avrò problemi a farmi da parte. Voglio troppo bene ai miei soci e all’associazione”. Bugani spiega, precisa, e lo ripete più volte: “Non sono attaccato alle poltrone”. E la voce a tratti s’incrina. Perché racconta la rottura con il capo politico del Movimento, con Di Maio, politica e in parte umana. “Certe coppie che stanno assieme da anni poi iniziano a convivere, ma dopo pochi mesi capiscono di far fatica a stare vicini” prova a scherzare.

Ma la sostanza dei fatti è cruda, dritta: “È iniziato tutto dopo la mia intervista al Fatto del 19 giugno, in cui auspicavo unità nel Movimento e sostenevo che Di Maio e Di Battista non sono alternativi ma complementari. Poche ore dopo mi chiesero di non rilasciare più interviste. E non capisco perché, visto che io non volevo certo mettere in difficoltà Luigi. Ritenevo doveroso richiamare alla compattezza in un momento difficile, e invitare a non puntare il dito contro Di Battista o altri, perché le diverse anime del M5S vanno tenute assieme”. Ma il leader l’ha presa malissimo. “In quella circostanza ho capito che il mio ruolo veniva messo in discussione e che non c’era più fiducia in me. E nel giro di qualche giorno mi hanno fatto sapere che il mio stipendio da vice-caposegreteria sarebbe stato dimezzato per contenere le spese”. Da lì inizia il grande freddo tra Bugani e Di Maio. Ma tutto si spezza un paio di settimane fa, quando il socio di Rousseau attacca a muso duro il ministro dei Trasporti Toninelli e il sottosegretario Dell’Orco, invocandone la cacciata per il sì al Passante di Bologna. “Lo ridirei mille volte, ho dato 14 anni di vita al Movimento e alle sue battaglie per la tutela dell’ambiente, contro opere inutili e costose come l’allargamento di un’autostrada” rivendica Bugani.

Però ai piani alti s’infuriano, e un paio di giorni fa gli è arrivato il conto: “Il suo caposegreteria Dario De Falco, persona per bene, mi ha invitato a dimettermi e io ho replicato che Luigi poteva rimuovermi. Poche ore dopo mi hanno mandato un provvedimento con cui riducono il mio stipendio da 3800 a 1600 euro. Io non sono aggrappato ai contratti, e allora ritengo doveroso dare le dimissioni. Anche per il bene che voglio a Di Maio, nonostante in questi mesi non abbia condiviso molte sue scelte”. Nessun contatto con il vicepremier? “Non ultimamente”. Il filo per ora si è spezzato. “Ho informato delle mie dimissioni Grillo, Casaleggio, Di Battista e ad altri amici – continua Bugani – Ma quello che ci siamo detti rimarrà tra di noi”. Però il consigliere comunale tiene a dirlo: “Quella di lasciare è una mia decisione totalmente autonoma, e voglio anche precisare che non ho alcuna intenzione di candidarmi alle prossime Regionali in Emilia Romagna”. Ma ora come sta il Movimento? Bugani riflette, poi lo dice: “Ora nei sondaggi siamo al 14 per cento, è il momento più difficile per il M5S, e sinceramente non credo di essere io il problema”. E perché va male, perché Di Maio sta sbagliando rotta? Piccola pausa, poi arriva la metafora: “Parafrasando quel film Ogni maledetta domenica, potrei dire che in politica se cedi un centimetro alla volta, poi ti ritrovi nei guai”. E quei centimetri sono (o sarebbero) stati tutti ceduti all’avversario che non vuole citare, alla Lega. “Io ho una storia, e la voglio preservare” conclude Bugani. Dopo aver chiuso quella porta.

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