Gli abusi temuti ci sono stati, anche se in numeri contenuti, e il sospetto che l’intera operazione sia stata un grande spreco di denaro pubblico resta anche ora che ci sono i dati definitivi. Nella sua prima legge di Bilancio, quella per l’anno 2015, il governo Renzi introduce una misura di sostegno all’occupazione che serve ad accompagnare le riforme del Jobs Act, flessibilità associata a incentivi alle assunzioni. Le imprese che offrono un contratto a tempo indeterminato a chi rispetta certi requisiti (non aver avuto contratti a tempo indeterminato con lo stesso datore nei sei mesi precedenti) beneficiano di un esonero dai contributi da versare fino a 8.060 euro all’anno per tre anni.

Il rapporto annuale dell’Inps, presentato nei giorni scorsi, offre il primo bilancio definitivo di quella misura, visto che a dicembre 2018 si è concluso il periodo di agevolazione previsto dalla legge di Bilancio 2015. La prima sorpresa è l’entità dell’intervento, che era soltanto stimata al momento della sua approvazione perché non si sapeva quante imprese ne avrebbero beneficiato: ben 16,7 miliardi di euro (un anno di reddito di cittadinanza ne costa circa 5). Il grosso di quei soldi sono andati a imprese del Nord, 9 miliardi, al centro 3,6 e al Sud e isole 4,2 miliardi. Sono stati soldi ben spesi? Qualche dubbio è lecito.

Secondo i dati dell’Inps, nel 2015 hanno usufruito dell’esonero contributivo triennale 1,5 milioni di rapporti di lavoro (1,1 di assunzioni, 398.000 trasformazioni da tempo determinato a indeterminato) che sono il 60 per cento delle attivazioni a tempo indeterminato osservate nel 2015. Già l’estensione del beneficio legittima il dubbio che si tratti di assunzioni che ci sarebbero state comunque – difficile pensare che in un anno di ripresa economica, in assenza di aiuto pubblico, sarebbero venuti meno tutti quei posti di lavoro – e quindi più che a creare occupazione i 16,7 miliardi sono stati un aiuto alle imprese, per pagare meno dipendenti che avrebbero assunto comunque.

Anche la durata di questi rapporti sembra standard, segno che i soldi non hanno stimolato la creazione di posti di lavoro diversi da quelli che il mercato avrebbe probabilmente comunque generato. Secondo un’analisi di Veneto Lavoro, il tasso massimo di sopravvivenza dei rapporti di lavoro prima del 2015 riguarda quelli attivati nel 2011: a tre anni dalla firma, il 51 per cento dei lavoratori era ancora nello stesso posto di lavoro. La differenza con i rapporti attivati nel 2015, in un contesto molto diverso (ripresa invece che economia a un passo dalla bancarotta), è minima: 54 per cento di sopravvivenza dopo tre anni. “Se ne ricava che l’esonero del 2015 non ha assicurato quella stabilità immaginaria implicita nella nomenclatura ‘rapporti di lavoro a tempo indeterminato’ – normalmente non più della metà dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato attivati nelle imprese private supera il terzo anno e non più del 40 per cento va oltre il quinto anno – ma ha senz’altro modificato positivamente la curva di sopravvivenza”, è la conclusione tutto sommato indulgente verso la misura del governo Renzi cui arriva il rapporto Inps, firmato dal presidente Pasquale Tridico, nominato dal governo gialloverde.

Alcune imprese sembrano poi aver approfittato degli incentivi per poi disfarsi senza scrupoli dei lavoratori quando, dopo il terzo anno, il loro costo è salito. Si rileva infatti un picco di dimissioni e licenziamenti tra il 35º e il 37º mese del contratto a tempo indeterminato che non sembra avere altre ragioni se non la fine del regime agevolato (come si può vedere nel grafico qui in pagina). Nello specifico: il 56 per cento in più di licenziamenti e il 43 per cento in più di dimissioni nelle aziende con meno di 15 dipendenti, percentuali che si riducono al 15 e al 21 tra quelle di dimensioni maggiori. In valore assoluto, si tratta di cifre basse: 10-15.000 persone in tutto. Poche, ma va anche ricordato che l’enorme polemica intorno al decreto Dignità approvato dal governo Conte si fondava sulla stima del possibile mancato rinnovo di 8.000 contratti a termine per effetto della riduzione della durata massima da 36 a 24 mesi.

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