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mercoledì 15/05/2019

Appalti Milano, il prof della Bocconi e il nipote del boss fanno affari insieme

Inchiesta tangenti - Morabito, non indagato, insegna Management In una sua società un parente di Molluso, padrino della ‘ndrangheta
Appalti Milano, il prof della Bocconi e il nipote del boss fanno affari insieme

Da Reggio Calabria a Milano. A due passi da piazza Duomo, appartamento di pregio dietro la storica Pinacoteca Ambrosiana. In curriculum una cattedra all’Università Bocconi: oggi è professore associato del dipartimento di Management e tecnologia. Laurea alla Luiss, specializzazioni in Florida e decine di pubblicazioni. Insegnamento e ricerca, ma non solo. Anche affari, tanti, dall’immobiliare alla ristorazione di alto livello. Il tutto gestito attraverso società il cui procuratore è il nipote di un boss della ’ndrangheta lombarda. Un bel cortocircuito per il professor Vincenzo Morabito nato a Reggio Calabria nel 1968, il quale, nel 2015, dichiarava un reddito di 421 mila euro. Nel 1994 non superava i 3 mila. Già all’epoca risultava dipendente della Bocconi. Nel 1993, il professore – scrivono i carabinieri –, viene condannato a un anno e sei mesi dal tribunale di Reggio Calabria con le accuse di associazione a delinquere ed estorsione. Un pasticcio. Anche per l’università. Il rettore della Bocconi Gianmario Verona contattato dal Fatto non ha voluto commentare.

Il nome di Morabito emerge dagli atti dell’indagine “Mensa dei poveri” che vede tra i 96 indagati, oltre a diversi politici, anche il governatore Attilio Fontana con l’accusa di abuso d’ufficio. L’indagine prosegue e ieri è stato sentito come testimone Massimo Bonometti, il presidente di Confindustria Lombardia. Vincenzo Morabito non risulta indagato e il suo nome viene collegato a quello di Bruno Romeo, calabrese di origine e nipote del boss Giosofatto Molluso, il padrino di Corsico che assieme al figlio Giuseppe faceva affari con Daniele D’Alfonso, l’imprenditore che, secondo i pm, foraggiava i politici di Milano. Nemmeno Romeo è indagato e risulta incensurato. Le ombre stanno nelle sue parentele, da un lato con gli zii Giosofatto e Francesco Molluso, entrambi collegati alla ’ndrangheta di Platì e dall’altro con il padre Salvatore anche lui considerato vicino alla cosca Barbaro-Papalia di Buccinasco. L’intera vicenda emerge nel marzo dello scorso anno e viene ricostruita in una informativa dei carabinieri di Monza. Tutto nasce da un incidente avvenuto all’interno della società Bto. Un danno provocato da un camion di D’Alfonso. Ne parla Giuseppe Molluso e svela che il cugino Bruno Romeo vi lavora come procuratore. Titolare del 100% delle quote è lo stesso Vincenzo Morabito. La Bto spa, annotano i carabinieri, ha un capitale sociale di oltre 2 milioni di euro e sedi dislocate in diverse regioni. Si occupa di business e organizzazione: la materia insegnata dal professor Morabito. Si legge di seguito: “Morabito” ha “partecipazioni in numerose società (…) dalla consulenza aziendale alla ristorazione agli affari immobiliari”. Una, la Hermas srl, è proprietaria del ristorante Valentino Vintage di corso Monforte 16. “Presso queste società – scrivono i carabinieri – è stabile il legame tra Morabito e Romeo, il quale ricopre la qualifica di procuratore”. I due vanno in tandem. Di più: l’incremento di reddito di Morabito “passato da 99 mila euro nel 2011 a 421 mila nel 2015” corrisponde alla “stessa epoca in cui Bruno Romeo è comparso nelle società”. La cosa viene segnalata dai carabinieri anche se al momento non ci sono sviluppi penali. Raggiunto telefonicamente dal Fatto, Vincenzo Morabito ha spiegato: “Bruno Romeo è un mio dipendente ed è stato selezionato da un’agenzia interinale, abbiamo verificato essere una omonimia”. Verifica errata, perché il Romeo procuratore della Bto è nato il 22 maggio 1975, stessa data di nascita del nipote dei Molluso.

E che il professore sia ben messo economicamente “disponendo di considerevoli somme di denaro contante” lo spiega Giuseppe Molluso a Daniele D’Alfonso. Dice: “Quello lì sta andando a comprare gli appartamenti all’asta, ne compra due o tre tutte le mattine, qualche giorno ti faccio raccontare da mio cugino che personaggio è (…). Quelli hanno tutte le cose con le banche”. Per questo “se non si fanno figure con loro è meglio, stanno comprando appartamenti in centro (…) anche a Roma e Firenze”. La Hermes ne ha 25. Due di questi in via Torino, uno in corso Venezia, un altro in corso Vittorio Emanuele. Insomma, i salotti buoni di Milano. Tre, invece, a Roma, due in via del Portico d’Ottavia nel centro del ghetto ebraico e uno in via Vittoria.

Di Morabito parla poi Francesca Pantano, compagna di D’Alfonso e immobiliarista del lusso. È il 7 marzo 2018, in quel momento Pantano si occupa della vendita del ristorante “Bebel’s” locale storico in via San Marco a pochi metri da via Solferino e dal Corriere della Sera. La donna va dritta: “Minchia è arrivato Morabito”. Poi riferisce le parole del professore: “Vogliamo comprare, ti diamo tutto in contanti”. Chiude Pantano: “Questo compra ristoranti à gogo”.

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L’imprenditore: “Diedi due milioni ai pm Nardi e Savasta”

Ammonterebbero a due milioni di euro le tangenti pagate dall’imprenditore Flavio D’Introno ai due ex magistrati di Trani, Antonio Savasta e Michele Nardi (nella foto), in cambio di sentenze favorevoli. L’avrebbe dichiarato ieri D’Introno, secondo i quotidiani locali, durante l’incidente probatorio in corso a Lecce, davanti al gip Giovanni Gallo, nell’inchiesta su presunte tangenti pagate in cambio di procedimenti penali favorevoli, che lo scorso 14 gennaio ha portato all’arresto di Savasta (ai domiciliari) e Nardi (in carcere), e dell’ispettore di polizia del commissariato di Corato (Bari) Vincenzo Di Chiaro (in carcere). D’Introno, raccontando quello che è stato definito il “sistema Trani”, avrebbe dichiarato di aver dato 1,5 milioni di euro, un rolex, diamanti e alcuni viaggi a Nardi, e 500 mila euro a Savasta: tutto per provare a sistemare i suoi problemi giudiziari. Inoltre avrebbe detto che Nardi gli confidò di avere aperto un conto allo Ior (l’Istituto per le opere religiose in Vaticano). D’Introno è indagato con l’ex pm di Trani Luigi Scimè, l’avvocato Giacomo Ragno, l’ex cognato di Savasta Savino Zagaria e il carabiniere Martino Marancia. Contestati episodi di corruzione, concussione, falso, calunnia ed estorsione.

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