Il partito del partito preso, pro governo, annuncia trionfalmente che siamo fuori dalla recessione, grazie a quelli “descritti per mesi come pressappochisti e ciarlatani” (Gianluigi Paragone, senatore 5Stelle). Il partito del partito preso contro il governo ironizza sul governo Conte “che festeggia l’uscita dalla recessione tecnica provocata dal governo Conte” (Paolo Gentiloni, Pd). E fin qui nulla di nuovo sotto il sole della politica manichea, anche se un “più 0,2% del Pil è comunque meglio di un meno 0,2%” (Carlo Cottarelli, economista non certo governativo che con una massima alla Catalano prende semplicemente atto dei numeri).

Tutto si complica maledettamente quando, per esempio, il partito del partito preso contro il Salvimaio lancia la fatwa contro tutti coloro che non concordano sul fatto che Matteo Salvini è un fascista e Luigi Di Maio un imbecille al servizio di un fascista.

È accaduto all’autore di questo diario doversi discolpare in uno studio televisivo per aver detto che se il vicepremier 5Stelle celebra la ricorrenza della Liberazione, è cosa buona e giusta di cui tutti i sinceri democratici dovrebbero felicitarsi.

Errore, errore salta subito su la voce antifascista del partito preso contro Di Maio. Colpevole di atteggiarsi a “finto partigiano” quando poi resta l’alleato di governo di quel Salvini che in Europa si accompagna, a sua volta, con le forze politiche che “negano l’Olocausto”. Sillogismo dall’indubitabile fascinazione che tuttavia suscita un piccolo interrogativo. Quale reazione avrebbe avuto il partito (antifascista) del partito preso contro i 5 Stelle se Di Maio (e con lui la sindaca di Roma Virginia Raggi e il presidente della Camera Roberto Fico) invece di celebrare il 25 Aprile se ne fossero allegramente infischiati?

Cosa si sarebbe detto e scritto contro i nuovi ascari del capitano leghista, che pur di restare aggrappati alle poltrone non esitano a rinnegare i valori della Resistenza? Dolersi dell’incapacità di non fare di tutta l’erba un fascio (è il caso di dire) e di saper distinguere tra idee e comportamenti dell’avversario può sembrare vano esercizio retorico. Neppure tanto originale, visto che nell’ormai lontano 2011, con La scomparsa dei fatti, Marco Travaglio si occupava dei tanti ignobili motivi alla base di un’informazione che si rifiuta d’informare sulla realtà delle cose. Un caso, in particolare, spiega bene l’origine del partito del partito preso. Scrive Marco: “C’è chi nasconde i fatti anche a se stesso perché ha paura di cambiare opinione”.

È innegabile che alla base dell’attuale contrapposizione tra chi considera il governo gialloverde come fonte o del bene desiderabile o del male assoluto vi sia (anche) la solidificazione di un puntiglio. Non darla vinta agli altri. Ma siamo davvero convinti che chi crede di dare voce (sui giornali, sui siti, in tv) alla pubblica opinione ne sia davvero, in questo caso, l’interprete? Non è, per caso, che nel mentre, chi considera Salvini uno sdoganatore del razzismo peggiore incrocia le lame con chi lo giudica un benemerito della sicurezza, lo spirito del tempo chieda altro? Non è che, esaurito il tempo della rabbia e del rancore, molti si accontenterebbero di comprendere le buone ragioni degli uni e degli altri? Allora, è davvero così folle immaginare un confronto politico in cui il senatore Paragone ammette che un più 0,2% del Pil resta un piccolo segnale positivo, in uno scenario economico tuttavia preoccupante? Mentre l’ex premier Gentiloni prende atto che qualcosa di buono si può ricavare perfino dal governo Conte? (mentre scrivo bussano alla porta: sono gli infermieri che sono venuti a prendermi).

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