C’è stato un momento in cui i magistrati di Palermo stavano per registrare la voce di Armando Siri. Poteva avvenire durante una sera romana, quando il sottosegretario si siede a tavola con Paolo Arata, l’imprenditore genovese per il quale – secondo le accuse – Siri si sarebbe speso per ottenere atti legislativi che lo favorissero. Quella cena in teoria poteva essere l’asso nella manica dei pm palermitani per chiudere il cerchio e sapere se i 30 mila euro di cui parla Arata con il figlio “pattuiti a favore di Siri per la sua attività di sollecitazione dell’approvazione di norme” fossero arrivati a destinazione o fossero solo promessi. Se, ancora, quella dazione di denaro fosse il frutto di un accordo tra i due o di una millanteria. Una cosa è certa: non avremo mai la prova in un senso o nell’altro di quel che si sono detti. Quando Arata va a cena con Siri, sul suo cellulare è installato un trojan, un software che avrebbe consentito alla Dia di ascoltare e registrare tutto.

La procura di Palermo viene avvertita dagli investigatori che i due si sono organizzati per vedersi. A questo punto si tiene una riunione in tutta fretta e i pm decidono di interrompere la registrazione del cellulare di Arata, solo nel periodo in cui sta con Siri. L’intercettazione captata quella sera infatti, secondo l’interpretazione garantista della Procura, non sarebbe stata utilizzabile perché Siri è tutelato dall’articolo 68 della Costituzione. Il principio è noto: nessun parlamentare senza autorizzazione della camera di appartenenza può essere intercettato direttamente. Il problema si pone quando le conversazioni captate sul cellulare di un altro soggetto con il parlamentare sono “casuali”. Nel caso della cena romana non c’era caso. I pm sapevano. Certo, nel caso del trojan le cose sono meno definite perché non c’è una cimice da attivare ma un telefonino che già registra. Sul punto non esiste un precedente specifico perché questo sistema è più recente. Per i pm, la voce di Siri captata dal trojan del telefonino di Arata sarebbe stata un’intercettazione “indiretta” – perché il trojan era installato sul cellulare del terzo, l’imprenditore, e non su quello di Siri – ma non “casuale”, perché gli investigatori sapevano dell’incontro. La cena in compenso potrebbe essere stata fotografata a seguito del pedinamento della Dia. L’incontro Siri-Arata avviene quando i magistrati hanno già in mano alcune conversazioni tra Arata e il figlio Francesco nelle quali “si fa esplicitamente riferimento alla somma di denaro pattuita a favore di Siri”. Hanno anche le conversazioni di Arata “con i suoi familiari e sodali dell’impresa” e con i “collaboratori di Siri e con altre persone (con ruoli istituzionali e non)”. Ma quello che Arata e Siri si son detti durante la cena non lo sapremo mai.