Butta là il sibillino enrico ghezzi (iniziali minuscole d’ordinanza, ndr) alla conferenza stampa per i trent’anni di Blob: “Il tempo è finito: la scomparsa del tempo permette allo spazio di manifestarsi”. Boh. Il cortocircuito spazio-temporale non è chiarissimo, ma Wikipedia viene in aiuto, pubblicando giorni prima delle celebrazioni ufficiali il seguente testo: “Per il trentennale di Blob, nel 2019, la Rai ha trasmesso, domenica 14 aprile, una puntata speciale”. Capita anche questo, parlando di Blob: che il futuro diventi passato, che a Bin Laden sorridano i monti, come a Heidi, e che la colite delle sciure del mercato rimandi al salutismo di Hitler in quota.

Tutto si tiene, alto e basso, sonno e veglia, tragedia e commedia, e tutto scorre in Blob, una metamorfosi – ovidiana o kafkiana che sia –, un gioco, un cortocircuito permanente, cristallizzatosi in paradigma televisivo, ma ormai anche in “modo di dire e di essere”.

Andato in onda per la prima volta il 17 aprile del 1989 – stesso anno in cui cadevano muri e nascevano altri sovversivi come i Simpson –, Blob festeggia i suoi primi 30 anni di vita e le sue oltre 9.268 puntate. La Rai sta per dedicargli cinque appuntamenti speciali: la seconda serata di domani – come anticipato da Wikipedia – sarà interamente spesa per il programma; mercoledì, giorno dell’anniversario, dieci clip invaderanno il palinsesto di Rai 3; giovedì ci sarà un focus sulle video-strisce politiche; Fuori Orario renderà un omaggio in sei serate e in estate è prevista, infine, una lunga maratona di incursioni.

Com’è noto, il nome della trasmissione è mutuato da un film horror fantascientifico del 1958 – The Blob (Fluido mortale) –, mentre l’idea è di Angelo Guglielmi, allora direttore di Rai 3, e di ghezzi, Marco Giusti et al.: proprio ieri su Dagospia è andata in scena una piccola polemica sulla paternità, del nome almeno, attribuita a Giusti, “cancellato vergognosamente non solo dai titoli ma anche dalla celebrazione del trentennale”. Va detto, però, che il critico è stato più volte menzionato e ringraziato in conferenza stampa, nonostante lui e ghezzi non si parlino da anni.

Sul parto del programma, poi, Guglielmi ha raccontato un altro aneddoto ancora: “Mio figlio leggeva sul manifesto il Mattinale, una miscellanea di titoli ed editoriali di altri quotidiani. Perché non fai questa rubrica in tv?, mi disse, e così lanciai la sfida a ghezzi, che entro 30 giorni mi presentò il progetto, invero molto diverso dallo spunto originario. Così la televisione ha prodotto il suo mito: si chiama Blob, ed è un dio – come tutti gli dèi – punitivo, che sfida l’uomo con le sue cattiverie. Blob non ci lascia mai in pace: ci sfotte, ci prende per il sedere, ma ha la furbizia e la malizia di farci sorridere, come una barzelletta intelligente. È divertente e severissimo: è la tv che oltraggia la tv”.

Metatelevisione, surrealismo, dadaismo, situazionismo, patafisica, pirateria visionaria… le etichette si sprecano e, comunque, scivolano addosso allo sgusciante e proteiforme programma, afono, ibrido e fatto della stessa sostanza dei sogni, in un montaggio vertiginoso e mostruoso che mixa il crollo delle Torri gemelle e gli stacchetti trash, la cucina e l’aborto, Piazza Tienanmen e Benigni, il dramma e la farsa, il pop e la catastrofe…

“Ah, se si potesse diventare un pellerossa…”, ghezzi legge Kafka, e più che spiegare cos’è o cosa non è Blob, spariglia ulteriormente le carte: “È un’immagine: dura pochissimo, ma mostra un mondo. Il codice è lo spazio, non il tempo. Capire l’immagine è capire che non c’è nulla da capire. Blob ha il pregio di essere un antidoto a se stessi, un gioco”, mentre altre volte aveva definito la “sua” creatura “un sasso nelle mutande della Rai; un catastrionfo; un territorio senza qualità”.

Per il direttore di Rai3 Stefano Coletta “Blob è una creatura psicotica, va oltre l’onirico e ha un meccanismo produttivo anarchico (la squadra attuale è di 18 autori, compreso ghezzi, un produttore esecutivo, un responsabile di progetto e due montatori, ndr). Dall’approccio cinefilo degli inizi si è contaminato in questi anni con la rete: Blob è una icona, un pezzo di storia della televisione italiana, una perla da difendere contro tutto e tutti perché, per un direttore, sono anche beghe”. Il caso più eclatante risale al 2002, pochi mesi dopo il tristemente famoso “Editto bulgaro”: allora si gridò alla censura (di Saccà, ai tempi dg Rai) per un Blob monografico su Berlusconi. Negli anni, poi, in tanti protestarono, litigarono o negarono i diritti di immagine, da Adriano Celentano a Nanni Moretti a papa Wojtyla. Il dio capriccioso è sempre andato di traverso. Anche ai pontefici.

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