La signora è distinta, truccata con cura, i capelli biondi e bianchi in sapiente acconciatura. Sembra serena e a suo agio in mezzo a tutti quei giovani. Sarà un’insegnante o una psicologa, penso, venuta a parlare di memoria. Invece quando prende la parola indovino un tormento che fatica a farsi strada. La voce si rompe subito. Il racconto fa a pugni con le emozioni, per uscirne, come sempre in questi casi, più bello e cristallino.

Assisto così all’ennesima puntata di una storia nazionale, quella delle vittime innocenti di mafia. Che si allunga non solo perché, anche se meno di prima, le organizzazioni mafiose continuano a colpire. Ma pure perché sempre nuovi familiari prendono coraggio ed escono dall’anonimato. E dopo cinque, dieci, vent’anni scelgono di dichiararsi in pubbliche assemblee, per ritrovarsi un po’ più in pace con sé stesse. Spesso dimenticate perché chi cerca i nomi abbandonati dalla memoria va a setacciare le storie della Sicilia e della Campania o della Calabria. E magari invece i nomi sono lì, nelle regioni del nord, dove si continua a pensare che non ci siano.

Michela Pavesi è legata proprio a una di queste storie sconosciute. “Non ci posso pensare”, spiega a tanti giovani scout, parlando della nipote Cristina: “la magistrata negava che si potesse parlare di vittima di mafia perché in Veneto la mafia non c’era, perché la banda Maniero non c’entrava nulla con la Sicilia, era una cosa tutta di qui, la chiamavano la Mala del Brenta o no?, mi diceva”. E invece alla fine la banda Maniero è stata condannata proprio per associazione mafiosa, perché ci sono magistrati che inseguono le loro fantasie e ci sono invece quelli che applicano le leggi.

E Cristina Pavesi è oggi a tutti gli effetti vittima di mafia. È stata introdotta per la prima volta nell’elenco di Libera quest’anno per la grande giornata della memoria celebrata a Padova, dopo un lungo lavoro di ricostruzione condotto sul campo dai responsabili dell’associazione.

Ci sono voluti quasi trent’anni per avere ragione dei pregiudizi, e c’è voluta questa zia combattiva e legatissima alla nipote da cui la distanziavano solo pochi anni. “Suo padre morì di dolore un anno dopo il delitto e io sento il dovere di ricordarla, di non abbandonarla all’oblio”. Il racconto è di quelli che evocano lo sciagurato commento “nel posto sbagliato nel momento sbagliato”.

13 dicembre 1990, Conegliano Veneto. Gli uomini della banda Maniero in passamontagna che danno l’assalto a un treno portavalori, la sparatoria, i colpi che vanno alla cieca. Poi la scelta di usare il tritolo per avere ragione del vagone blindato aprendolo in due. L’esplosione che investe in pieno il diretto Bologna-Venezia che passa in quel momento dall’altra parte. Una studentessa di 22 anni che torna a casa dall’università a Bologna, felice perché il relatore desiderato le ha appena assegnato la tesi di laurea. Il boato e la morte incredibile. Crimine e destino alleati contro un’innocente, che sparisce subito dai radar della memoria antimafiosa.

È determinata, Michela Pavesi. Emozionata ma determinata. Sta facendo la sua battaglia perché la si smetta di baloccarsi con la teoria del Veneto innocente. Un silenzio acuminato si fa largo nella sala. Finché Michela Pavesi aggiunge al suo racconto un pezzo a sorpresa che leviga un poco lo smarrimento di chi ascolta. Perché oltre ai familiari stretti di Cristina c’è stata nel tempo una persona che non ha dimenticato quella ragazza. Ed è proprio un componente della banda, Paolo Pattarello. Che aveva partecipato all’assalto. Che cerca la zia, che le fa sapere di non sapersi dare pace da quel giorno, scrive che Cristina uccisa se la sogna di notte, che ha bisogno di domandare perdono. Chiede un incontro. Che avviene. L’uomo non deve ottenere sconti di pena, ha bisogno di rappacificarsi con se stesso. La zia di Cristina sembra guardare con dolcezza inaspettata a questa scelta di espiare moralmente, poiché, come ha detto lo stesso Pattarello, sul piano penale “è uno scandalo che nessuno abbia mai pagato per quella morte”. Ha perfino per l’uomo accenti di affetto. Io penso che l’animo umano è davvero un manzoniano guazzabuglio, che non so se saprei comportarmi come questa donna che alla nipote deve avere voluto un bene immenso. I giovani davanti a noi applaudono. Non hanno visto un lieto fine. Hanno solo visto che l’animo umano sa essere grande anche nelle storie dimenticate da tutti.