L’inchiesta della Procura di Roma sulla sentenza Mediolanum – che nel 2016 riconsegna alla Fininvest il 20 per cento della banca – arriva a Silvio Berlusconi. L’ex premier è indagato per concorso in corruzione in atti giudiziari. Il sospetto dei magistrati è che dietro la sentenza ci sia stata una promessa di denaro ai giudici del Consiglio di Stato. Nell’inchiesta dei pm Paolo Ielo, Stefano Rocco Fava e Fabrizio Tucci oltre Berlusconi si contano altri tre indagati. Si tratta di Roberto Giovagnoli, giudice estensore della sentenza datata 3 marzo 2016, dell’ex funzionario della Presidenza del Consiglio Renato Mazzocchi, e dell’avvocato romano Francesco Marascio.

Quest’ultimo è accusato perché – si legge nel capo di imputazione – “quale intermediario, prometteva denaro a giudici del Consiglio di Stato che deliberavano la sentenza depositata il 3 marzo 2016, avente a oggetto il ricorso proposto da Berlusconi nei confronti di Banca d’Italia e altri per la riforma della sentenza del Tar concernente la sospensione del diritto di voto e degli altri diritti di influire su Mediolanum Spa nonché l’alienazione delle partecipazioni disposta da Banca d’Italia con provvedimento del 7 ottobre 2014”.

Come scoperto dal Fatto nei mesi scorsi, Marascio molti anni fa si è laureato con Andrea Di Porto, uno dei legali che oggi segue, con un ampio collegio difensivo, la Fininvest nella vicenda Mediolanum. Di Porto è estraneo alle indagini.

Nel dicembre scorso, contattato dal Fatto, il legale spiegò di non vedere Marascio da oltre 15 anni. “Si laureò con me – ha detto –. Non ricordo l’anno, ma grossomodo ai primi del 2000 quando io insegnavo istituzioni del diritto romano alla Sapienza. Subito dopo la laurea venne nel mio studio come praticante, stette alcuni mesi e andò via”. Da quel momento, ha spiegato Di Porto, non ci sono stati più rapporti con Marascio, non hanno mai lavorato insieme e non hanno mai parlato della vicenda Mediolanum: “Nel modo più assoluto”, ha ribadito Di Porto.

La sentenza finita nel mirino dei pm è quindi quella del 3 marzo 2016. Dopo la condanna definitiva per frode fiscale dell’ex premier, infatti, persi dunque i requisiti di onorabilità, la Banca d’Italia impone all’ex premier di cedere il 20 per cento di Banca Mediolanum (valore circa un miliardo). Berlusconi ricorre al Tar e perde. Presenta ricorso in appello al Consiglio di Stato che dapprima, nel dicembre 2015, gli concede una sospensiva, poi gli dà ragione.

Oggi però i pm sospettano che dietro la decisione favorevole a Fininvest ci sia stata la promessa di dazioni di denaro. Che, nell’ipotesi dell’accusa, tale sarebbe rimasta: non sono stati infatti trovati flussi di denaro.

L’indagine è partita da una perquisizione disposta, nell’ambito di una differente inchiesta, il 4 luglio 2016 quando la Guardia di Finanza bussa anche alla porta di Renato Mazzocchi, ex funzionario della Presidenza del Consiglio. Qui gli investigatori trovano una busta con dentro 230 mila euro in contanti e alcuni appunti. In uno di questi in sostanza è scritto: “Ho parlato con B. il quale mi ha detto che il relatore del 4 dicembre è lo stesso del 24 gennaio”. Per gli investigatori “B.” non è Berlusconi, ma sospettano che il “relatore” citato sia Roberto Giovagnoli.

Poi a riportare l’attenzione dei magistrati su Mediolanum sono state le rivelazioni dell’avvocato Piero Amara, in passato difensore anche dell’Eni. Il legale – finito in un’inchiesta su alcune sentenze “pilotate” – ha fornito alcuni dettagli su questa sentenza, vicende che dice di aver saputo de relato, gli sarebbero state riferite da altri.

Così la Procura ha proceduto alle iscrizioni, tra cui quella di Silvio Berlusconi.

“Per questa stessa vicenda – spiegano fonti legali vicine all’ex premier – Berlusconi era già stato indagato e archiviato. Confidiamo che finisca allo stesso modo anche stavolta”.

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