A un anno esatto dalle Politiche (4 marzo 2018), a sei anni e mezzo dalle primarie contro Pier Luigi Bersani (2 dicembre 2012), che segnarono la sconfitta dell’allora Rottamatore, ma anche l’inizio della sua ascesa, e a cinque anni e mezzo dalla prima elezione di Matteo Renzi a segretario (8 dicembre 2013), il Pd oggi si prepara a voltare pagina e, probabilmente, a incoronare leader il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti. Sarà vera svolta? La domanda è d’obbligo, la risposta è incerta. Gli elettori del Pd possono scegliere tra lo stesso Zingaretti, Maurizio Martina (appoggiato da molti “post-renziani” a partire da Luca Lotti) e Roberto Giachetti, che si presenta come il capofila degli ultrà renziani, l’avamposto del partito nel partito.

Zingaretti è dato in tutti i sondaggi tra il 55 e il 60% (se per caso dovesse prendere meno del 50% a decidere sarà l’Assemblea, il 17 marzo), ma dovrà fare i conti con dei gruppi parlamentari che non sono suoi, un partito a pezzi sul territorio, un’operazione in corso (quella di Carlo Calenda in vista delle Europee) che di fatto mette in discussione i dem per come sono e una scissione alle porte, presumibilmente dopo le elezioni di maggio. Comunque vada, non sarà facile. Tanto è vero che il quasi-segretario preferisce un “Renzi fuori” palesemente, anche col rischio di trovarsi un partito almeno un po’ svuotato, che un “Renzi dentro”, a togliergli terreno per riprenderselo, il partito. La madre di tutti gli scontri potrebbe andare in onda con un’eventuale caduta del governo gialloverde. I retroscena di Palazzo si sprecano. Gli occhi dei Renzi boys sono puntati su Zingaretti, nella convinzione che il neo segretario farà di tutto per dare vita a un governo coi Cinque Stelle. Lui ufficialmente ha sempre smentito, in realtà l’ipotesi è sul tavolo. Un tavolo, però, parecchio ipotetico: nel senso che, comunque, anche in un Pd post renziano, Zingaretti i numeri per fare questa operazione non li avrà.

E poi il Movimento è meno compatto di un anno fa, cosa che renderebbe comunque l’operazione difficilissima. E allora, si fa strada un’altra convizione: ovvero che Matteo Salvini, prima di decidere di staccare la spina al governo, starebbe aspettando l’uscita di Renzi dal Pd. E non perché sarebbe pronto a considerare il suo nuovo partito come una gamba per un’alleanza di centrodestra (non se lo può permettere), ma perché, facendo mancare una serie di parlamentari a una futuribile alleanza Pd-M5s, aprirebbe la strada alle elezioni. Mentre i Dem si preparano ai gazebo, Renzi continua ad andare in giro con il suo libro, con molti dei suoi sostenitori che dicono apertamente che primarie o no, il vero leader è lui. Il quale, tanto per non smentirsi, non ha fatto sapere per chi voterà.

Per i militanti dem, l’appuntamento è oggi dalle 8 alle 20. I tre candidati hanno fissato l’asticella del successo a 1 milione di voti. Due anni fa, nelle primarie che rielessero Renzi dopo la sconfitta al referendum, a votare ci andarono 1 milione e 800 mila (a scegliere il senatore di Scandicci furono 1 milione e 200mila). La prima volta, il 16 ottobre 2005, per le primarie dell’Unione che elessero Prodi, votarono quasi 4milioni e 300mila persone. E il 14 ottobre del 2007 – per le prime consultazioni del Pd, quelle che scelsero Veltroni – andarono in 3 milioni e mezzo. Due milioni e 800mila anche per la prima elezione di Renzi: comunque sia, è una curva in discesa libera, per un partito che per tanti versi è già superato. Da domani, Zingaretti cercherà di gestirlo. Dovrà fare una segreteria (dalla quale i renziani tenderanno a rimanere fuori), poi punterà a sostituire uno dei due capigruppo (presumibilmente, quello del Senato, Andrea Marcucci). E si troverà alle prese con le liste per le Europee. Nodo numero uno, l’interlocuzione con gli scissionisti di Leu. E poi, c’è un altro tema: quando si arriverà alle politiche il candidato premier non sarà lui, ma Paolo Gentiloni. I gazebo tornano, i tempi cambiano.

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