Un appello pubblico al viceministro dell’università Lorenzo Fioramonti. Lo scrive Giuliano Grüner, ricercatore universitario e professore aggregato di diritto amministrativo a Tor Vergata, che ha appena vinto una battaglia epica e di principio contro il suo rettore, Giuseppe Novelli. Grüner (che si è difeso da solo essendo avvocato cassazionista) chiede al governo “del cambiamento” di battere un colpo. Anche perché il 10 ottobre scorso il viceministro accettò l’invito a un convegno dell’università di Tor Vergata. Una scelta non scontata.

C’era già stata la richiesta di rinvio a giudizio da parte del pm Mario Palazzi per Novelli per la presunta tentata concussione ai danni di Grüner, ricercatore che voleva solo partecipare a un concorso. Le tv e i siti Internet dei quotidiani, per primo ilfattoquotidiano.it, avevano fatto già sentire l’audio nel quale Novelli intimava a Grüner di ritirare il suo ricorso al Tar. Fioramonti quindi conosceva le frasi pronunciate da Novelli e registrate da Grüner: “È un ricorso che io non accetto minimamente (…) sta facendo una causa contro il suo rettore. Cazzo, non è mai accaduto questo! (…) quando mi chiamava il mio rettore io tremavo cazzo (…) lei mi sta dicendo che ho fatto degli atti illegittimi(…) adesso… io la denuncio mo sono cazzi suoi… e vediamo… No. Io qui rappresento il ministro cazzo”.

Gli atti impugnati ora sono stati definiti illegittimi dal Consiglio di Stato e Grüner chiede a Fioramonti un segnale. Il viceministro si limitò dopo le polemiche a una nota in cui stigmatizzava “un atteggiamento da parte del rettore che ritengo assolutamente inaccettabile”. Però andò a Tor Vergata dove lo attendeva raggiante Novelli.

Ora il Consiglio di Stato cambia lo scenario e impone un atteggiamento più chiaro. La difesa di Novelli davanti ai pm è basata sulla presunta legittimità della sua scelta di non fare concorsi bensì chiamate dirette e individuali per la scelta dei professori. La legge in merito non è chiarissima però ora la sentenza demolisce quella prassi. Il punto è che sono decine i professori scelti così a Tor Vergata. Nella causa amministrativa l’Ateneo si difende con la tesi “così fan tutti”: il 60 delle Università adotterebbe questo sistema. Grüner nella sua lettera contesta il dato e anche su questo il viceministro dovrebbe battere un colpo.

La lettera aperta del ricercatore sarà pubblicata oggi su ilfattoquotidiano.it. Grüner scrive: “Le chiedo se Lei avverta il bisogno di spendere qualche Sua parola, naturalmente dai soli punti di vista politico-amministrativo e dell’etica pubblica, in ordine alla gestione dell’Ateneo da parte del Rettore Novelli, nonché del Pro Rettore Vicario Franchini, in ordine alle chiamate dei professori effettuate (…) perché a me sembra chiaro che entrambi abbiano avallato e “tutelato” un prolungato modo di agire dell’Ateneo, concernente numerose di queste chiamate effettuate allo stesso identico modo di quella da me impugnata, che ha violato, come si legge nella sentenza del Consiglio di Stato n. 7155 del 2018, ‘i principi generali dell’ordinamento giuridico in tema di trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento’”.

Anche perché il rettore Novelli pretendeva nella conversazione registrata da Grüner tre anni fa che fosse ritirato proprio quel ricorso che ora i massimi giudici amministrativi accolgono. La sentenza del 19 dicembre del 2018 del Consiglio di Stato, finora inedita, ha annullato i decreti e le delibere che hanno permesso di chiamare un professore senza confronto con altri. Ora l’Università “dovrà indire una nuova procedura, assicurando – qualora vi siano una pluralità di candidati in possesso dei requisiti (…) adeguate procedure valutative di tipo comparativo”. La chiamata del professore associato di diritto amministrativo Marco M. è stata dunque frutto di atti illegittimi, come sosteneva Gruner, anche se Marco M. era l’unico ricercatore abilitato di quel Dipartimento, peraltro poi soppresso. In primo grado invece il Tar aveva dato ragione all’università perché la legge non avrebbe impedito all’Ateneo di escludere i candidati della stessa Università ma di Dipartimenti diversi. Quella sentenza del 2017 legittimava un sistema inefficiente e ingiusto e ora è stata spazzata via dal Consiglio di Stato con una sentenza storica della sesta sezione, estensore Dario Simeoli, presidente Sergio Santoro. “Poiché ogni limitazione del precetto costituzionale del pubblico concorso, alterando le condizioni di parità di trattamento degli aspiranti – si legge nel dispositivo – deve considerarsi del tutto eccezionale, deve preferirsi l’interpretazione secondo cui tutti i candidati “interni” alla stessa Università, in possesso dei medesimi requisiti, devono essere posti in grado di partecipare alla procedura di reclutamento in condizioni di parità”.

A firmare la memoria difensiva dell’Ateneo è stato il prorettore Claudio Franchini: un professore di diritto amministrativo sconfessato dal massimo organo della giurisdizione amministrativa. Ora si dice che Franchini voglia candidarsi come rettore.

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