Inizialmente, chissà, forse ci avevano creduto un po’ anche loro al sindaco dei “diritti per tutti”. Era il 30 aprile 2016 quando l’allora candidato Giuseppe Sala fece capolino, in piena campagna elettorale, in mezzo ai figli delle famiglie arcobaleno, bambini con due padri e con due madri che in quel giorno di primavera sfilavano a Milano per l’annuale festa dell’associazione dei genitori omosessuali. “È la società che ci guida e ci indica quella che è la strada – diceva Sala – certo dobbiamo favorire in una città come Milano il fatto che tutti possano avere gli stessi diritti, quindi dobbiamo difenderli. Delle conquiste sono state fatte, ce ne saranno altre: Milano è una città evoluta e nel suo essere evoluta sarà una città campionessa di diritti”. Due anni e mezzo dopo, Luigi e Giovanni (nomi di fantasia) si chiedono se non sia stato soltanto un gigantesco abbaglio. E da Milano hanno anche pensato di andarsene, per trasferirsi in un Comune vicino che, nei confronti dei papà gay, possa essere più aperto: “Sarebbe un grosso disagio, ma per noi questa situazione sta diventando insopportabile: per lo Stato italiano nostro figlio Alessandro non esiste, è un extracomunitario, un cittadino americano senza permesso di soggiorno nel nostro Paese. Ogni cosa, dall’assistenza sanitaria all’iscrizione all’asilo, è un problema”.

Bisogna ascoltarla la storia di Luigi e Giovanni per capire quanto sia difficile la vita delle famiglie omogenitoriali oggi in Italia, senza una legge che li riconosca e i diritti conquistati a pezzi, a seconda delle scelte di ogni Comune e delle sentenze dei Tribunali che si susseguono, spesso in maniera contraddittoria. A volte anche all’interno dello stesso Comune. Succede proprio a Milano, per esempio. Tutti ricordano le foto – era il giugno 2018 – che immortalavano il sindaco Sala all’atto della prima registrazione dei figli di quattro famiglie arcobaleno: nove bambini in tutto, figli di quattro coppie di donne. “In questa città, nel rispetto di tutti, si può essere tutti uguali” disse il sindaco. Ma è davvero così?

Luigi e Giovanni hanno due figli, entrambi nati negli Stati Uniti grazie alla gestazione per altri, ovvero la tecnica di fecondazione assistita a cui ricorrono coppie omosessuali (ma anche eterosessuali) che diventano genitori grazie a una donna che si offre di portare avanti la gravidanza. I due bambini sono stati partoriti dalla stessa donna ma mentre uno, Marco, è riconosciuto anche in Italia come figlio di due padri, Alessandro, poco più di un anno di età, non è iscritto all’anagrafe e, di fatto, per le amministrazione pubbliche non esiste: è un bambino fantasma. “E quando sei padre ovviamente le pensi tutte: e se da grandi litigano e si mettono uno contro l’altro, sfruttando anche questa disparità di riconoscimenti?” si chiede Luigi. Il mancato riconoscimento di Alessandro è uno degli “effetti collaterali” della battaglia politica milanese (ma vicende simili riguardano anche altre città) che una eterogenea alleanza tra alcuni consiglieri cattolici di centrosinistra, centrodestra e una frangia del mondo femminista e lesbico, in aperta rottura con il resto del movimento Lgbt, sta portando avanti contro la gestazione per altri, chiedendo (e in parte ottenendo) che la discussione sul riconoscimento delle famiglie si polarizzi sul come questi bambini siano venuti alla luce. “Bambini comprati”, tuonano da quelle parti usando spregiativamente il termine “utero in affitto”. Poco importa che, nel caso di Luigi e Giovanni, Elizabeth, la donna che ha partorito i loro due figli, sia di fatto un pezzo della loro famiglia allargata. “Con lei ci sentiamo quotidianamente: è parte della nostra vita. Appena dopo la nascita di Marco, io e Giovanni ci siamo sposati in America, e lei era la mia testimone. Il nostro primo figlio sa di essere nato dalla sua pancia, la conosce e lei è venuta a trovarci in Italia”.

Con Luigi e Giovanni, in situazioni simili, si trovano decine di famiglie. Milano non è un caso isolato: quello che sta succedendo qui è il riflesso di una battaglia per i diritti che procede a strappi. Sindaci come Chiara Appendino a Torino o Luigi De Magistris a Napoli hanno scelto di procedere al riconoscimento dell’omogenitorialità autonomamente. Altre amministrazioni che si erano rifiutate sono state obbligate a farlo dai Tribunali, come Pistoia, o Trento. Ma esistono anche i casi inversi: Comuni cioè le cui decisioni a favore delle famiglie arcobaleno sono state impugnate dalla Procura (ad esempio a Roma, o nel piccolo comune veneto di Mel, su intervento della Procura di Belluno). E poi c’è Milano, che sta andando avanti sulle coppie di madri lesbiche, ma frena sulle coppie di padri gay per via della gestazione per altri.

Alcuni Comuni hanno scelto di trascrivere, altri si sono rifiutati: ora si aspetta la pronuncia della Cassazione a gennaio
Una giungla in cui, adesso, dovrebbe mettere un po’ di ordine una pronuncia della Cassazione a sezioni unite, attesa per i primi mesi del 2019. La vicenda, seguita dall’avvocato Alexander Schuster, è quella di una coppia gay di Trento i cui figli sono nati da gestazione per altri in Canada: una storia simile a quella di Luigi e Giovanni e dei loro figli. Il Comune, che si era rifiutato di iscrivere i bambini all’anagrafe con due padri, è stato smentito dalla Corte d’Appello. Successivamente la Procura generale ha presentato ricorso in Cassazione, che a breve si esprimerà. Finora, tra i giudici che si sono espressi su casi analoghi, è stato maggioritario l’orientamento per cui a prevalere è sempre l’interesse del bambino a vedere riconosciuta la propria famiglia, indipendentemente dal fatto che le leggi nazionali non prevedano la Gpa-gestazione per altri o, per le coppie di donne, l’accesso alla fecondazione eterologa (che invece è permesso alle coppie eterosessuali e comunque, anche quando non lo era, non ha mai impedito il riconoscimento delle famiglie che avessero fatto ricorso a questa tecnica all’estero).

“Mi aspetto che i giudici tengano conto del fatto che la gestazione per altri può avvenire in molti modi – spiega l’avvocato Schuster – e che, in Paesi come il Canada, è regolata in maniera tale da essere assolutamente compatibile con i principi costituzionali italiani”. Oltre alle tutele per le famiglie arcobaleno c’è in gioco un principio importante in un mondo globalizzato: ovvero il riconoscimento in Italia di diritti acquisiti all’estero e che, pur se non esplicitamente previsti nelle nostre leggi, non entrino in conflitto con la nostra Carta.

Per Luigi e Giovanni tutto è iniziato negli Usa. Ma i loro due figli, per il Comune, non hanno né gli stessi genitori né diritti
Dopo il matrimonio negli States, Luigi e Giovanni tornano in Italia col figlio Marco in braccio e in valigia due certificati di nascita compilati dalle autorità statunitensi: in uno, compaiono entrambi i padri, mentre nel secondo, fornito esplicitamente per la trascrizione in Italia (dove al tempo non era in nessun modo possibile il riconoscimento della genitorialità omosessuale), si indica solo il genitore biologico: un padre. Inizialmente, così, Marco viene iscritto all’anagrafe italiana come figlio di un padre single. Non è così nella realtà, ma si era riusciti a far riconoscere almeno Marco come cittadino italiano. Solo successivamente, Luigi e Giovanni ottengono il riconoscimento pure del secondo genitore, come ordinato anche dal Tribunale. Forti delle sentenze e delle decisioni che nel corso degli anni provenivano da diversi Comuni italiani sempre più favorevoli alle trascrizioni, nel 2017 quando nasce Alessandro, il secondo figlio, i due padri chiedono il riconoscimento diretto di entrambi i genitori, senza dotarsi di quel certificato “ponte” – quello che riportava solo il genitore biologico – utilizzato la prima volta, per la trascrizione del figlio più grande Marco. È allora che iniziano i problemi perché il Comune di Milano, che pure in un primo momento aveva aperto alle trascrizioni, decide di fermarsi. Nei confronti di Luigi e Giovanni così come di altre famiglie. Ma il piccolo Alessandro, questa volta, non ha nemmeno il certificato “ponte” come suo fratello: di fatto, quindi, non esiste. Un bambino fantasma.

Due coppie di padri milanesi, in una situazione simile a quella di Luigi e Giovanni, hanno fatto ricorso e hanno ottenuto ragione dai giudici: si deve trascrivere perché, ha spiegato il Tribunale, è prevalente l’interesse dei bambini a vedersi riconosciuta la propria identità familiare. E allora, perché il Comune non va avanti anche con le altre coppie? Ufficialmente in attesa di un parere dell’Avvocatura dello Stato. Ma, quando fu pubblicata la prima sentenza, Sala aveva ammesso che “in giunta esistono sensibilità diverse”. Pierfrancesco Majorino, suo assessore e già sfidante alle primarie, preme per andare avanti: “In diversi casi, se non si procede a trascrivere, semplicemente i bambini diventano totalmente invisibili per i Comuni” ha spiegato. Tra i contrari ci sarebbe in prima fila la vicesindaca Anna Scavuzzo, cresciuta nell’ambiente scout dell’Agesci. Enrico Marcora, esponente cattolico della lista civica nata a sostegno di Sala “Beppe Sala sindaco – Noi, Milano”, di fronte alle timide aperture del primo cittadino aveva sbottato: “Da cattolico impegnato in politica mi dissocio radicalmente”.

La settimana scorsa si attendeva la decisione del Consiglio comunale, ma il dibattito si è spostato su altro…
La vicenda si trascina da mesi e ogni volta è attesa una svolta che non arriva mai. La settimana scorsa sembrava fosse la volta buona. In Consiglio comunale, su richiesta di Arcilesbica – appoggiata, tra gli altri, da Luigi Amicone, ex direttore ciellino di Tempi, oggi consigliere comunale – si è tenuta, aperta al pubblico, una riunione delle commissioni congiunte “Affari Istituzionali” e “Innovazione, Trasparenza, Agenda digitale, Stato Civile” con a tema proprio i riconoscimenti all’anagrafe dei padri gay. Ma, in realtà, si è discusso di gestazione per altri. Tra il pubblico, c’erano i due papà Luigi e Giovanni, insieme ad altri esponenti dell’associazione famiglie arcobaleno, con le loro felpe rosa. Ma c’erano anche le femministe anti-Gpa, con l’attivista e giornalista Marina Terragni. Da una parte, una battaglia per la messa al bando della gestazione per altri – che vuol dire molte cose diverse, a seconda di come e dove è portata avanti, in alcuni casi sfruttando il corpo femminile, in altri con il pieno consenso delle donne – dall’altra, i diritti dei figli di vedersi riconoscere il proprio nucleo familiare.

Tra le famiglie arcobaleno, c’è chi ha visto avvicinarsi il fantasma della sconfitta subita, a loro modo di vedere, nella discussione sulla Legge Cirinnà per le unioni di fatto. “Quando è stata approvata la legge sulle unioni civili – ci ha raccontato Marilena Grassadonia, presidente dell’associazione dei genitori omosessuali – noi chiedevamo il riconoscimento dei nostri figli con una legge chiara, ma questo non è stato possibile per una battaglia strumentale che oggi come ieri si ripete. Il Comune non deve decidere sulla Gpa, che a oggi è e resta vietata in Italia, ma su bambini i cui diritti non possono dipendere da come sono nati”.

Era sembrata andare meglio del previsto. L’assessora alla trasformazione digitale e servizi civici del Comune Roberta Cocco e, più tardi, Filippo Barberis, capogruppo del Pd in consiglio comunale, hanno spiegato la posizione di giunta e maggioranza: negare i certificati con due padri è discriminatorio, e il Comune non ha titolo per decidere sulla gestazione per altri. I giornali locali hanno subito titolato: “Via libera definitivo alla trascrizione, Arcilesbica sconfitta”. Ma non è ancora così: prima di procedere con le trascrizioni e quindi il riconoscimento all’anagrafe, Sala vuole che a pronunciarsi sia l’intero Consiglio comunale (la convocazione delle due commissioni non basta). Una nuova doccia fredda, e nuovi mesi di attesa: si va a febbraio. L’esito del voto dovrebbe essere favorevole ai riconoscimenti – poche le defezioni attese nella maggioranza, e inoltre potrebbero convergere i voti dei consiglieri Cinque Stelle – ma rimane la preoccupazione, e la delusione. “Da questo sindaco ci aspettavamo qualcosa di diverso”. E, intanto, Alessandro e Marco rimangono due fratelli per lo Stato italiano senza gli stessi genitori, e senza gli stessi diritti. Per la burocrazia, Alessandro nemmeno esiste. La carta d’identità, per lui, è un regalo che è ancora da ricevere.

di Marcello Roccatagliata

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