Se Stefano Ceccanti, oltre che a essere un costituzionalista e un deputato del Pd, frequentasse abitualmente qualche tribunale, due giorni fa si sarebbe morso la lingua prima di parlare. Sconvolto dalla riforma della prescrizione proposta dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, Ceccanti, al pari dei suoi colleghi di Forza Italia, mercoledì ha accusato il Guardasigilli di voler introdurre “norme anticostituzionali da Stato di Polizia”. E ha argomentato la sua protesta con un ragionamento fatto proprio da molti esponenti della Lega. Cioè da quei parlamentari salviniani che ora si dichiarano “perplessi”, senza invece aver mai battuto ciglio davanti alle migliaia di dibattimenti cancellati dal trascorrere del tempo.

Secondo Ceccanti non si può bloccare il decorso della prescrizione dopo il primo grado di giudizio perché l’articolo 111 della Costituzione stabilisce che i processi abbiano “una ragionevole durata”. Per lui, se a partire dalla prima sentenza non si prescrivesse più nulla, i dibattimenti d’appello e in Cassazione diventerebbero infiniti. Il suo ragionamento suona bene, ma è falso. Il motivo principale per cui i processi durano tanto a lungo è infatti semplice: ne vengono celebrati troppi. Anche se Ceccanti e i suoi colleghi non se ne sono accorti, in Italia è in vigore dal 1989 un sistema accusatorio: il nuovo Codice di procedura penale prevede cioè che la prova si formi in aula. Per questo vengono ascoltati decine e decine di testimoni, molte delle indagini dei pm vengono ripetute davanti al giudice. Questa è una buona cosa per il cittadino imputato che così riduce di molto il rischio di venir condannato da innocente. Ma ovviamente i processi così celebrati durano mesi o anni e i tribunali si intasano.

Chi aveva scritto il nuovo Codice sapeva bene di andare incontro al rischio ingolfamento. E infatti aveva previsto che di dibattimenti in aula se ne facessero pochissimi: come accade negli Usa dove l’85 per cento degli imputati, quando le prove contro di loro sono forti, si dichiarano colpevoli e patteggiano la condanna ottenendo degli sconti di pena. O in Inghilterra, dove addirittura solo il 10 per cento delle persone sotto inchiesta arriva al processo. Negli Usa, però, la prescrizione smette di decorrere dal momento del rinvio a giudizio (in Inghilterra addirittura non esiste) e la pena è effettiva. Se ti condannano a 3 anni vai in prigione, punto e basta.

In Italia accade l’esatto contrario. Da una parte, se l’imputato è incensurato ha probabilità quasi nulle di scontare in carcere una condanna sotto i 4 anni. Dall’altra, la prescrizione continua a correre in primo, secondo e terzo grado. Risultato: a quasi tutti conviene andare davanti al giudice e tirarla il più possibile per le lunghe. Se va bene, tutto viene cancellato dal passare del tempo. Se va male si arriverà a un verdetto in gran parte virtuale (e per questo è necessario che ora il governo renda effettive le pene). Il patteggiamento e il rito abbreviato, insomma, da noi convengono poco e i processi si paralizzano. Al danno poi si aggiunge pure la beffa. Lo Stato spende un sacco di soldi, tra indagini e stipendi di magistrati e poliziotti, per individuare un imputato. Ma tutto quel denaro, grazie alla prescrizione che oggi può scattare a processo in corso, viene poi perso senza riuscire alla fine a stabilire se chi è finito alla sbarra è colpevole o innocente. Con grave smacco di noi contribuenti e soprattutto delle vittime dei reati. Che in Italia, per fortuna, restano ancora molto più numerose di chi li commette.

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