L’aspetto che più stupisce della lunga, lunghissima vicenda padronale e giudiziaria di Mario Ciancio è la soggezione che quest’uomo produce sul mondo, diciamo, di sopra (amministratori, sindaci, imprenditori, editori, opinionisti, giornalisti, ministri…).

Perfino adesso che ha ormai 86 anni, è imputato di concorso esterno in associazione mafiosa e s’è visto sequestrare l’intero patrimonio, ovvero 31 società, partecipazioni, giornali, televisioni, ville, casali, forzieri e 25 milioni di euro in conti correnti. Notizia d’un certo significato. Se non altro perché per la prima volta, applicando la legge La Torre, viene disposto il sequestro di un quotidiano per ragioni di mafia. Eppure in questi giorni non un fiato, non un commento. Tacciono tutti: letteralmente. Tacciono i sindaci che da Ciancio ebbero accompagnate campagne elettorali e stagioni di governo (da antologia lo scambio d’effusioni intercettato tra Ciancio ed Enzo Bianco), i politici d’arrembaggio e di nuova moralità, le sinistre guevariste e le destre d’ordine, tacciono i colleghi editori, i colleghi direttori, i colleghi giornalisti (perché Ciancio è stato editore, direttore, giornalista…), tacciono gli imprenditori in affari con lui, i vecchi magistrati della Procura di Catania che frequentavano il suo desco, gli esimi, le eccellenze, gli emeriti, le eminenze. Spariti. Se qualcosa avevano da dire, l’hanno ingoiata in silenzio.

Non hanno sequestrato il chiosco dei frappé a un sottopanza dei Carcagnusi. Hanno portato via al più riverito e potente editore del Mezzogiorno 150 milioni in azioni, assicurazioni, redazioni, amministrazioni e antenne. Perfino la stampa nazionale – con poche, pochissime eccezioni: tra cui questo giornale – ha fatto finta di non sapere. Buffo, no? Se avessero confiscato per mafia, che so?, un giornale a Caltagirone, un albergo a Ligresti, una villa in Sardegna al Cavaliere, il titolo sarebbe finito in prima, con ricche foto e implacabile editoriale. Per Ciancio, no. Si sussurra, si accenna, si parla d’altro. Ecco: la più limpida misura del suo potere è esattamente questa.

Il fatto è che si sapeva tutto o quasi. Il “quasi” è legato ai conti correnti accesi a Chiasso e a Lugano, alle cassette di sicurezza nel Liechtenstein, ai 51 milioni che hanno preso la via dei paradisi fiscali e ai bilanci delle sue società gonfiati con piccioli di ignota provenienza. Tutto il resto però si sapeva. Si sapeva del patto non scritto fra Ciancio e Cosa Nostra, la neutralità delle Famiglie catanesi in cambio d’una moral suasion del suo giornale, impegnato a convincere i catanesi che mafia, in quella città, proprio non ce n’era. E dunque Nitto Santapaola era un “noto imprenditore” (così definito fino al giorno del suo primo mandato di cattura); la famiglia Ercolano meritava solo rispetto e benevolenza; i Cavalieri di Catania (segnatamente Gaetano Graci e Carmelo Costanzo) erano straordinari e generosi capitani d’industria; i sindaci corrotti, i politici collusi, gli amministratori venduti andavano semplicemente protetti perché tutto quello che offuscava questo presepe di buone notizie (per esempio i servizi televisivi di Giuseppe Marrazzo, le interviste della buon’anima di Carlo Alberto dalla Chiesa, le inchieste de I Siciliani) erano solo “mascariamenti”, giacobinismi, invidie sociali…

Si sapeva. E si taceva. Fingendo che ogni episodio (i necrologi rifiutati, i nomi censurati, le foto sforbiciate) fosse solo folklore locale, brevi e inoffensive mitologie di provincia. Sapevano i colonnelli di Ciancio in redazione, e tacevano. Sapevano l’Ordine e il sindacato dei giornalisti, e tacevano. Sapevano i signori Procuratori della Repubblica e tacevano. Sapevano i ministri e i presidenti in visita di cortesia nei suoi uffici e tacevano. Tra parentesi, la consuetudine di quelle visite, ridicole per piaggeria e disarmanti per trasversalità, è continuata fino a pochi mesi fa, con Mario Ciancio indagato già da otto anni per mafia e la solita coda in anticamera dei candidati di turno (dal presidente Nello Musumeci all’onorevole Guglielmo Epifani) in attesa di intervista, stretta di mano e foto con l’editore.

Anche il racconto della visita del capomafia Giuseppe Ercolano al signor editore era noto da anni. Siamo all’imbocco degli anni Novanta e Pippo Ercolano, cognato di Nitto Santapaola, è molto incazzato. Quel giorno La Sicilia ha dato notizia di un’inchiesta che coinvolge il suo casato mafioso. Falso? No, vero, verissimo, perché Ercolano è un mafioso: ma certe cose non si scrivono. Mai. Per questo u zu’ Pippo è incazzato. E adesso sta andando in redazione per capire a chi minchia è venuto in testa di scrivere degli Ercolano senza prima sciacquarsi la bocca. Ora, che succede se un capomafia si presenta al vostro cospetto pretendendo scuse per aver scritto una cosa vera? Chiamate il 113 e la cosa finisce lì. Ciancio, che è uomo di mondo, alza il telefono: ma non per chiamare la polizia. Chiama il giovane cronista che aveva scritto l’articolo, lo convoca nel proprio ufficio e, quando se lo ritrova davanti, lo cazzìa. In presenza del boss, ovviamente. Che finalmente sorride compiaciuto: l’incazzatura gli è passata.

In realtà Mario Ciancio è stato molto più di tutto questo. Il siciliano più potente nel senso aristocratico del termine. Non si tratta solo del censimento delle sue ricchezze. Il potere di un uomo come Ciancio risiede anzitutto nella capacità di infischiarsene di ogni umano giudizio, proprio come i reali di Francia a Versailles, convinti di mettere la catena al collo della storia distribuendo brioches alla plebe incazzata. Mario Ciancio, come la regina Antonietta, ha lasciato per anni che sulle sue vicende si depositasse il conforto del proprio silenzio. Mai un verbo, un’intervista, un articolo a firma sua. Non è timidezza: è davvero la cifra più alta del potere, la sua capacità di isolarsi in una dimensione in cui non c’è sospetto, parola o dubbio che possa scalfirti. E così sarebbe stato nei secoli se non si fossero messi di traverso alcuni giudici della Procura di Catania, svelando un sistema che aveva fatto del giornale di Ciancio un notaio del non dire, del non chiedere, del non mostrare mai.

Ciò che ancora stupisce è il senso di obbedienza che Ciancio è riuscito a far crescere attorno a sé. Perché un giornale non lo fa un editore: lo scrivono i suoi giornalisti. E a lui, Ciancio, non occorreva nemmeno un ordine formale: per anestetizzare ogni notizia, perfino gli annunci mortuari, bastava la solerzia di un dipendente, lo zelo di un capocronista, lo scrupolo d’un segretario di redazione. Proprio come accadeva in Italia dopo le leggi razziali del 1938, quando si trovarono subito decine di imbecilli felici di far sapere che i loro erano negozi ariani, Ciancio ha sempre trovato molti giovani e meno giovani cronisti felici d’appendersi anche loro al collo un invisibile cartello su cui stava scritto: “Questo è un giornalista autocensurato”.

La sensazione è che quello zelo, quell’obbedienza non siano stati scalfiti. Ieri, primo giorno de La Sicilia sequestrata, i giornalisti hanno diramato un accorato comunicato riconoscendo a Ciancio doti di umanità e generosità. Generosità verso se stesso, forse. Mentre lasciava le sue testate e le sue redazioni affogare lentamente nei debiti (ne licenziò sette, di giornalisti, a Telecolor), Ciancio ammassava i suoi profitti nei forzieri della Svizzera e del Liechtenstein. Siamo seri, ragazzi: generoso costui? Ai posteri (e ai tribunali) la sentenza.

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