C’è una data per la rottamazione dell’Air Force Renzi: il 7 agosto. Il ministro della Difesa Elisabetta Trenta ieri ha annunciato di aver formalizzato la richiesta di rescissione dal contratto di leasing con Alitalia (che fa da intermediario con Etihad, proprietaria del velivolo) per la cui risoluzione è stata convocata una riunione tecnica tra tre giorni: sul tavolo il tema delle penali, stimate a spanne in 70 milioni di euro, quasi metà della spesa stabilita con gli impegni assunti dal Governo Renzi. Una cifra non da poco. Dal ministero filtra però la strategia per evitare di pagare: lasciare il conto ad Alitalia. Il ragionamento è questo: la compagnia italiana ha un debito con lo Stato di 120 milioni circa, quindi “quando ci diranno di pagare le penali, diremo che paghiamo, ma iniziando a scalare quanto ci dovete”. A quel punto, a seconda del contratto che la lega a Etihad, proprietaria dell’Airbus 340, Alitalia potrebbe anche valutare la possibilità di avvalersi delle norme che consentono alle imprese in amministrazione straordinaria di rescindere contratti non indispensabili all’operatività aziendale. E quindi, a sua volta, di stracciare il contratto con gli arabi.

Trenta ha insistito anche sull’aspetto politico e simbolico della decisione: “Oggi chiudiamo la storia dell’Airbus di Renzi. Si chiuderà l’era degli sprechi e dei privilegi. Questo Paese tornerà a essere normale“. Sprechi sempre al centro della contesa politica perché – insieme alla rottamazione dell’accordo – Palazzo Chigi ha attivato le procedure per desecretare i contratti correlati, compreso quello da 16 milioni, poi saltato, per dotare l’Airbus di “un’area dedicata all’autorità, suddivisa nella cabina letto, con annesso bagno e doccia, nello studio privato, nonché in un’area riunioni con lo staff”. Il governo vuole capire bene cosa prevedesse il capitolato del contratto e se fossero già stati attivati contatti con aziende che avrebbero dovuto eseguire i lavori. Renzi si è sempre difeso così: “Niente lusso, è solo un aereo di linea normale”. La sua versione è che non ci sarebbe stata nessuna modifica strapagata agli interni. Adesso però si scopre che questo non è avvenuto non per uno slancio di sobrietà, quanto per i ritardi nel progettare il restyling da parte di Alitalia.

Palazzo Chigi era piuttosto attivo nel chiedere le modifiche sin da metà novembre 2016, poco prima che l’esito del referendum portasse Renzi alle dimissioni. Ecco infatti cosa il colonnello Valerio Celotto, coordinatore del Servizio per i voli di Stato di Palazzo Chigi scriveva lo scorso gennaio al segretario generale in un documento che il Fatto ha potuto visionare: “Con nota del 15 novembre 2016 è stato richiesto ad Armaereo (la direzione degli armamenti aeronautici della Difesa) di attivare le procedure negoziali previste dal contratto per la realizzazione della riconfigurazione interna”.

Armaereo chiede così ad Alitalia “sulla base di un cronoprogramma preventivamente concordato di far pervenire entro il mese di febbraio 2017 i preventivi”. Ma la compagnia la tira per le lunghe per un anno, forse perché il riallestimento vip non è così banale. Si legge infatti nella missiva di Celotto: “Nonostante i numerosi solleciti formali ed informali da parte di Armaereo nei confronti di Alitalia, anche attraverso la convocazione di riunioni, (…) Alitalia ha comunicato solo in data 22 dicembre 2017 di aver di fatto concluso l’acquisizione dei preventivi delle 6 società selezionate”. A quel punto, “in ragione del forte ritardo di Alitalia”, la presidenza del Consiglio, con Paolo Gentiloni premier da tempo, non è più certa di confermare la riconfigurazione. Anche perché ci sono tempi di completamento dei lavori “non inferiori ai 12-15 mesi”, e visto che il leasing scade nel 2024, con possibilità di proroga di due anni, tutto questo impone “serie riflessioni sulla convenienza stessa ad affrontare le significative spese, in ragione del limitato residuo di tempo di utilizzo”. Sui dubbi influisce probabilmente anche una considerazione che in quei mesi fanno nei corridoi di Palazzo Chigi: per contratto, tutto quanto verrà montato sull’aereo, dovrà poi essere smontato, prima di restituirlo a Etihad. Altri costi e altri mesi di stop. Su 8 anni di leasing, l’aereo rischia di essere usato solo per 5 anni. I 150 milioni del costo totale, se parametrati su un periodo così breve, rischiano di essere ancora più esplosivi. E poi siamo alla vigilia delle elezioni: potrebbe essere opportuno, scrive Celotto, “rinviare la decisione al nuovo esecutivo che dovrà utilizzare l’aeromobile praticamente quasi al termini del leasing”. E così sarà, fino alla decisione dell’attuale governo Conte di rottamare il contratto.

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