Da quando il corpo martoriato di Giulio Regeni, ricercatore che lavorava al Cairo, è stato trovato sul ciglio di una strada il 3 febbraio 2016 – dopo nove giorni dalla sua scomparsa – dire che le indagini siano procedute a rilento, è un eufemismo. Sono passati due anni e mezzo e sia i genitori di Regeni sia quanti chiedono la verità sulla sua fine violenta hanno prima subito il dileggio dei depistaggi, ora assistono alla melina della burocrazia giudiziaria egiziana.

Se ci si aspettava un risultato importante dalla missione della Procura di Roma al Cairo, dove i magistrati si sono recati per esaminare i filmati della metropolitana e verificare se vi fossero fotogrammi in cui Giulio appare, questa attesa è risultata vana: da un lato in un comunicato congiunto le due Procure scrivono di non aver trovato “nessun materiale di interesse investigativo”, dall’altro ammettono che “dall’esame delle registrazioni acquisite è emerso che vi sono diversi ‘buchi’ temporali in cui non vi sono né video né immagini” pertanto “sono necessarie ulteriori indagini”.

La Procura di Roma resta ferma su un punto: poliziotti e agenti dei Servizi egiziani hanno tenuto sotto controllo Regeni già dal dicembre 2015. Il motivo, probabilmente, è da ricondurre agli studi del ricercatore, corroborati da interviste a sindacalisti e ambulanti, categorie tenute sotto osservazione dal governo di al-Sisi. Gli stessi funzionari dei Servizi sono coinvolti nella sparatoria con i delinquenti uccisi il 24 marzo 2016, a cui le autorità del Cairo provarono ad attribuire l’omicidio; dunque in un gruppo di nove persone dell’apparato di sicurezza c’è chi conosce cosa sia accaduto all’italiano, ma verso nessuno di loro è mai stata mossa una accusa ufficiale.

Per tornare ai filmati, rappresentano il 5% del totale ripreso il 25 gennaio 2016 dalle telecamere della metro (linea 2) del Cairo. I buchi neri sarebbero relativi proprio ai minuti del sequestro del ricercatore, dopo le 19,41 del 25 gennaio 2016. È proprio alle 19:41 che Regeni mandò l’ultimo sms alla sua fidanzata per avvertirla che stava uscendo: aveva un appuntamento con il professor Gennaro Gervasio, allora docente della British University del Cairo, in piazza Tahrir, per le 20:30. Alle 20:02 il cellulare di Regeni agganciò la cella del quartiere di Dokki: l’ultimo segnale prima che la vittima sparisse nei meandri della metro.

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