C’è solo un uomo che prima di lui ha incarnato la Fiat. Quell’uomo era Cesare Romiti e la Fiat era l’industria dell’auto per eccellenza, ma troppo piccola e poco globalizzata per durare. Ma sarà lui Sergio Marchionne, 66 anni, al timone della Fiat, trasformatasi in colosso globale, da 14 anni quello che più ha lasciato e lascerà un’impronta profonda per come ha ribaltato le sorti di un gruppo che nessuno pensava potesse sopravvivere alla competizione mondiale.

L’ha presa in mano nel lontano 2004 quando era sull’orlo del crac; l’ha rivoltata come un calzino. Ma soprattutto le ha fatto fare il balzo storico: sganciarsi di fatto dall’Italia, diventare uno dei colossi globali con il cuore e i profitti sempre più Oltreoceano. La Fiat con lui è diventata Fca, dopo che il manager di origine canadesi ha compiuto il salto dimensionale acquisendo la Chrysler. Un capolavoro industrial-finanziario che ha permesso a Fca di penetrare nel ricco mercato statunitense, che ha permesso al gruppo di raddoppiare negli ultimi anni del suo mandato la redditività industriale. Difficile vista così non pensare a Marchionne come uno dei grandi manager globali, capaci di visioni strategiche e abilità finanziaria non comune.

Lo si vede dai bilanci della Fiat-Chrysler. Quando prese le redini del gruppo la vecchia Fiat non aveva di fatto marginalità operativa positiva e perdeva a bocca di barile: dal 2001 al 2004 aveva cumulato 8 miliardi di perdite ed era in mano alle banche. Marchionne ha messo mano alla gestione. Gli utili si sono rivisti già dal 2005. Ma il colpo è la scommessa americana. Rilevare la Chrysler in grave crisi come via d’accesso al ricco mercato Usa. Basti vedere le dinamiche dei fatturati e della profittabilità di Fca nelle varie aree del mondo per capire quanto quell’operazione fu fondamentale. L’area Nafta (Usa, Canada) è la vera punta di diamante del gruppo. I successi vengono dalle Jeep e dai pick up venduti in terra d’America. Lo dicono i numeri. Oltre metà dei 110 miliardi di fatturato del gruppo vengono da oltre Atlantico. L’Europa allargata (Emea) fa solo un terzo del fatturato del Nordamerica. Non solo, la redditività operativa è ben diversa. Usa e Canada hanno un margine sul fatturato all’8% contro il 3,2% europeo, superato anche dall’area asiatica (5%). I gioiellini quanto a valore sono i marchi Jeep e Ram, oltre al brand di lusso della Maserati. Oggi Fca è attesa chiudere il 2018 con 5 miliardi di utili netti e un utile operativo al 7% dei ricavi. Per anni Fiat prima e Fca agli esordi non riusciva ad andare oltre il 3% di redditività operativa.

Si misura qui il successo di Marchionne, la cui epopea del brillante conosce anche una zona d’ombra. Il risanatore non è mai riuscito a produrre utili in quella che una volta era la vecchia Fiat auto. La Fca Italy che ne ha preso l’eredità resta una macchia nel curriculum di Marchionne. La società di fatto raggruppa le attività industriali in Italia, Europa, Turchia e Sudamerica ed è un pozzo senza fondo di perdite. Da sempre. Nel 2017 le ha dimezzate a 600 milioni rispetto alla perdita di 1,1 miliardi nel 2016. Un filo meglio del buco da 1,6 miliardi del 2015. Dal 2012 almeno le perdite annue viaggiano sopra il miliardo abbondante. Solo nel 2014 il bilancio chiuse in utile grazie alla plusvalenze della cessione della Fiat North America a Fca. Ma il bottino fu una tantum ed esclusivamente di natura finanziaria. La crisi è tutta nel conto economico.

Nonostante i ricavi in forte crescita, passati da 16 a 29 miliardi in soli 6 anni, la “vecchia” Fiat Auto non riesce a chiudere in profitto. I costi superano puntualmente i ricavi. Il gruppo è dovuto intervenire più di una volta a rimpolpare il capitale mangiato dalle perdite. Solo nel 2016 sono stati immessi in Fca Italy 3,5 miliardi. Secondo Goldman Sachs i marchi Fiat e Lancia chiuderanno con utili operativi in perdita anche nel 2019. La stessa Alfa Romeo è previsto lavori in perdita anche nel 2018. E ora ecco arrivare l’annuncio: Fca lascerà di fatto l’Italia. Fiat e Punto traslocheranno in Polonia e in Italia resteranno le produzioni di gamma alta. Un disimpegno figlio dell’incapacità di risollevare le sorti della vecchia Fiat.

Marchionne qui non ha fatto il miracolo. Si consola però: il manager con passaporto elvetico, tolti gli emolumenti annui che sfiorano i 10 milioni di euro e il ricco bottino in stock option, possiede quote intorno all’1% sia di Fca sia di Ferrari e Cnh (veicoli commerciali). È il suo tesoretto personale che oggi vale ben oltre 600 milioni di euro. Il finanziere con il maglione ha scommesso su se stesso e ha vinto. Non hanno vinto i lavoratori italiani di Fca cui si chiede ancora l’ennesimo giro di cassa integrazione in un gruppo che ha prodotto utili per 3,5 miliardi l’anno scorso, in crescita del 93% sui già copiosi profitti del 2016.

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