La proposta di consultare gli iscritti su un eventuale accordo di governo con i 5 Stelle comincia a circolare nel Partito democratico, tra dirigenti e tesserati. L’ultimo a dichiararsi favorevole è Gianni Cuperlo: “L’idea di coinvolgere gli iscritti del Pd su qualunque decisione dovesse essere assunta la considero assolutamente giusta e molto convincente per tante ragioni”, ha detto il parlamentare triestino a margine di un convegno della sinistra dem.

Cuperlo ha aggiunto di non vedere “in questo momento le condizioni per un accordo tra Pd e 5Stelle”, ma ha anche negato che il suo partito debba “ritirarsi sull’Aventino”, rifiutando a priori qualsiasi forma di collaborazione nella ricerca di una via di uscita dall’attuale stallo politico. La formula, che è la stessa pronunciata dal segretario reggente Maurizio Martina, si presta a una certa ambiguità: restiamo all’opposizione, ma “se ci fosse un appello del capo dello Stato…”.

Lo stesso Martina l’altroieri ha auspicato un ricorso agli “strumenti di democrazia interna”, come “la Spd che ha costruito alcuni passaggi chiave con la partecipazione diretta degli iscritti”. Quel passaggio chiave era appunto la decisione se prendere parte o meno a un governo di grande coalizione con la Cdu di Angela Merkel. Malgrado il referendum tra gli iscritti sia già previsto dall’articolo 27 dello statuto del Pd, il segretario ad interim Martina sembra tutt’altro che persuaso.

Nel partito in realtà qualcosa si muove. Non solo Cuperlo, anche la presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini, all’indomani del voto, aveva auspicato il ricorso alla democrazia interna. Paradossalmente, l’aveva invocata proprio per scongiurare eventuali “inciuci” con i grillini: “Se qualcuno pensa a un’alleanza tra Pd e M5S noi rispondiamo che vogliamo un referendum tra gli iscritti. Chi rappresenta il Partito democratico lo decidono gli iscritti del Partito democratico”.

Anche il costituzionalista Stefano Ceccanti, appena rieletto al Senato con il Pd, la pensa allo stesso modo: “Se qualcuno volesse fare un’apertura al M5S dovrebbe chiedere un mandato, come fatto dalla Spd che in campagna elettorale ha detto ‘mai con la Merkel’ e quando poi i dirigenti quel partito hanno cambiato idea, ha fatto un referendum tra gli iscritti”.

Servirebbe un referendum, insomma, se i dirigenti volessero “cambiare linea”, ma nulla impedisce – Statuto alla mano – di chiedere l’opinione dei tesserati sulla strategia da seguire in questa fase di stallo. Anche Andrea Orlando, ministro della Giustizia e già leader della minoranza anti renziana, quest’estate invocava un referendum tra gli iscritti nel caso, “inquietante e improponibile”, che il Pd decidesse di allearsi con Forza Italia e Silvio Berlusconi.

Il tema è dibattuto nei circoli dem, dove l’orientamento nettamente prevalente è quello di evitare “l’abbraccio mortale” con i 5Stelle. Ma anche qui si chiede di passare per il voto degli iscritti.

Se n’è discusso in questi giorni a Padova, dove la proposta arriva dal segretario provinciale Vittorio Ivis: “Il voto ha dato al Pd un naturale ruolo di opposizione ma se accadesse che gli organismi nazionali riflettessero su un’ipotesi di un nostro protagonismo istituzionale, in qualsiasi forma, allora penso che sarebbe sano e necessario chiedere l’opinione della nostra base e degli iscritti, come sperimentato anche in Germania”.

La stessa richiesta arriva dai circoli di Cesena, dove la segreteria locale del Pd – al termine dalla rituale analisi del voto – ha pubblicato una lunga lettera che si conclude con la stessa domanda di democrazia interna: “Qualora altri partiti – si legge – in particolare il M5S, dovessero formalizzare una proposta di collaborazione di governo al Pd, la segreteria comunale di Cesena ritiene che il Partito debba mantenere fermo il proposito di restare all’opposizione. Ma la cosa più utile e giusta da fare sarà un referendum fra gli iscritti, a cui spetta il diritto di esprimere la propria valutazione su una scelta di fondo che, per il Pd, rappresenta indubbiamente un bivio. Sarebbe questo un primo modo per ridefinire, nel metodo, un’identità al Pd che in questi anni è andata sfumando. Un messaggio che, riteniamo, vada indirizzato alla dirigenza nazionale del Pd”.

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