La presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi chiede verifiche sulla riforma delle intercettazioni voluta dal ministro della Giustizia Andrea Orlando, che entrerà in vigore a luglio: “Sono certa che se questo provvedimento non dovesse essere efficace per la lotta alla mafia, non potrà venire meno la vigilanza di tutti perché si apportino eventuali modifiche”, ha detto ieri dopo le gravi preoccupazioni espresse dal procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato dalle pagine del Fatto sia sulla mancanza di effettivo controllo del pubblico ministero sul lavoro della polizia giudiziaria, previsto dalla legge, sia in merito al rischio, concreto, che vada disperso il patrimonio di condivisione delle informazioni fra Procure, “eredità preziosa del metodo Falcone”, anche con il coordinamento della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo.

“Sappiamo che questa, come tutte le riforme di questa legislatura, ha detto Bindi, compreso il codice Antimafia, sarà oggetto di un monitoraggio non formale da parte di tutte le istituzioni. Sono sicura che il ministro Orlando, finché resterà in carica, e chi verrà dopo di lui, non potrà non prendere in considerazione il parere delle Procure, di quelle più esposte”.

Nel suo intervento, Scarpinato ha parlato di “aspetti ambigui e insidiosi” della riforma intercettazioni a proposito del divieto per la polizia giudiziaria di fare un riassunto, il cosiddetto brogliaccio, come avviene, invece adesso, delle registrazioni che non reputa rilevanti, in modo che sia effettivamente il pm a decidere su rilevanza e utilizzo. Questo divieto sarebbe bilanciato, spiega il Pg, da “annotazioni contenenti una sintesi delle conversazioni che” la polizia giudiziaria ha ritenuto “non rilevanti e la cui trascrizione è stata omessa”. Ma, osserva Scarpinato, “a causa dell’ambigua formulazione della norma sulle annotazioni” il ministero “nella relazione illustrativa ha, invece, fornito indicazione che gli ufficiali di pg non hanno l’obbligo di informare sistematicamente il pm con apposite annotazioni… ma solo se nutrono il dubbio se si tratti di conversazioni rilevanti o meno” e quindi se debbano trascriverle.

Il ministero della Giustizia ha replicato a Scarpinato: la sua “lettura non trova riscontro nel chiaro dettato normativo. La polizia giudiziaria non ha alcun potere di decidere sulla irrilevanza delle conversazioni captate, ogni decisione a tal proposito spetta solo e soltanto al pm”.

Il ministero sostiene, inoltre, che la riforma è “in piena continuità con le linee direttrici dell’ordinamento processuale e della migliore esperienza investigativa degli anni del ‘pool antimafia’ di Giovanni Falcone”.

Nella replica si riportano passaggi della relazione illustrativa del decreto legislativo in cui si dice che “l’ufficiale di polizia giudiziaria è un mero delegato all’ascolto” e che il pm “ben può dettare le opportune istruzioni e direttive al delegato per concretizzare l’obbligo di informazione preliminare sui contenuti delle conversazioni di cui possa apparire dubbia la rilevanza”. Quanto poi al problema posto da Scarpinato sulla dispersione di materiale investigativo magari irrilevante per una Procura e “rilevantissimo” per un’altra, il ministro sostiene che la nuova disciplina “non interferisce in alcun modo” sul coordinamento.

Ma un punto cruciale su cui verte l’intervento del Pg Scarpinato è sull’indicazione del ministero della “non obbligatorietà” per la polizia giudiziaria di fare “annotazioni sistematiche” al pm che, quindi, non avrebbe sempre l’effettivo potere decisionale sull’uso del materiale. È vero che non si tratta di “circolare interpretativa”, come erroneamente ha scritto il Fatto in un box, ma di una “relazione illustrativa” del ministero come indicato da Scarpinato.

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