Per sapere come si è chiuso il 2017 per il debito pubblico italiano si dovrà attendere la Banca d’Italia a metà febbraio. Dopo 15 giorni, con i dati Istat, si saprà anche se sarà stato conseguito l’obiettivo di ridurre il rapporto debito/Pil a 131,6%, qualche decimale in meno del 2016. Nel frattempo, sulla base dei dati del ministero dell’Economia sul fabbisogno dello Stato e la liquidità di cassa del Tesoro, è possibile proiettare il dato finale con un ragionevole margine di approssimazione: dovrebbe essere sotto i 2.260 miliardi, la cifra prevista dal governo nei documenti di bilancio. Obiettivo dunque raggiunto per il 2017, ma a quale prezzo?

Il Mef ha precisato che il miglioramento a dicembre rispetto al 2016 è dovuto a 3 miliardi di maggiori entrate fiscali e a 3 di minori spese. Se il risultato derivasse da un miglioramento strutturale dei conti sarebbe un’ottima notizia, ma se invece si scoprisse che si tratta di anticipi su tasse future e dilazioni di pagamenti, sarebbe un maquillage contabile. C’è poi un altro aspetto: il Tesoro ha usato la liquidità di cassa per far scendere il fabbisogno (e il debito) oltre le previsioni. La diminuzione della disponibilità di cassa è calata in un anno di 13,7 miliardi. Nel giro di 2 anni, dagli attuali 29 si potrebbe scendere a 25. Per trovare un livello più basso si deve tornare alla fine del 2011, quando il governo Monti doveva barcamenarsi con lo spread a 500 punti.

Un’adeguata consistenza del conto di Tesoreria serve a garantire un margine di sicurezza nella gestione del debito pubblico, consentendo di non sottostare ai ricatti dei mercati. In altre parole, la riduzione della liquidità espone maggiormente l’Italia al rischio di turbolenze finanziarie anche se la riduzione del rapporto debito/Pil, seppure marginale, rappresenta invece una rassicurazione.

In ogni caso, nel 2017, anche a causa degli interventi dello Stato in favore delle banche, lo stock di debito è salito di 40 miliardi e la spesa per interessi continuerà ad essere la zavorra che trasforma un consistente avanzo primario in deficit.

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