Il recente scandalo dei diamanti conferma la regola: in Italia la vigilanza sulle banche consente di truffare liberamente i clienti. I signori imbrogliano, le varie vigilanze non vedono, la politica non vede i vigilanti che non vedono. Basta giocare con le parole. Immaginate di entrare in banca con una pistola in pugno. Se un poliziotto vi chiede se è una rapina, rispondete che è una visita di cortesia. Se ragiona come Consob e Banca d’Italia vi lascerà andare.

Giorni fa l’Antitrust ha multato quattro banche (Intesa, Unicredit, Mps e Banco-Bpm) perché per anni hanno rifilato ai clienti investimenti in diamanti rivelatisi una truffa. Si legge nella sentenza che “secondo la Consob, la disciplina di trasparenza e correttezza sui servizi di investimento non è di per sé applicabile alla vendita di diamanti a meno che tale vendita non si configuri esplicitamente come offerta di un prodotto finanziario”. Basta chiamarlo Pippo anziché prodotto finanziario e la Consob si gira dall’altra parte.

Fermo restando che la responsabilità principale è dei vertici di quattro delle maggiori banche nazionali, la stessa Antitrust ci avverte che lo scandalo è saltato grazie a Report, cioè grazie a qualche giornalista precario Rai, mentre gli stragarantiti ispettori della Consob si occupavano, verosimilmente, delle proprie carriere. Questa irresponsabilità diffusa continuerà a estendersi fino a quando le cosiddette autorità indipendenti fingeranno di non vedere, in vista magari di lauti incarichi presso i vigilati. E fino a quando non rinunceranno all’arroganza di rivendicare la sacra indipendenza per autoassolversi.

La Banca d’Italia vigila sulle banche, ma se una banca trasforma le sue filiali in sale Bingo o in bordelli vi dirà che non si occupa di Bingo e bordelli. Non è una battuta. Quattro anni fa Il Fatto ha sollevato il problema dei supermercati Coop trasformati in banche attraverso il sistema del cosiddetto “prestito sociale. Non è difficile. Prestare soldi alla propria cooperativa per sostenerne gli investimenti è una cosa. Ma chi ti propone “il risparmio sicuro, generoso e che dà buoni frutti!” e parla di apertura e chiusura conto e di “comodità per le operazioni di versamento e prelievo” non è una banca? Per la Banca d’Italia no, per i suoi ispettori, filosofi aristotelici, un supermercato per definizione non è un istituto di credito. A domanda ufficiale rispose che la vigilanza sulle cooperative spetta al ministero dello Sviluppo Economico. In seguito a ulteriori insistenze, specificò che l’eventuale “esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio” è reato penale che tocca a polizia e magistratura accertare e reprimere. E infatti, dicevano gli acuti comunicatori di Palazzo Koch, “qualora la Banca d’Italia riceva segnalazioni concernenti possibili violazioni delle disposizioni in materia, interessa tempestivamente l’Autorità inquirente, come è accaduto nel corso del 2014, in relazione a due segnalazioni ricevute da questo Istituto”.

Vedete come il cerchio si chiude. La pietra angolare dell’ipocrisia di Stato è l’avverbio “tempestivamente”. Nei supermercati Coop più di un milione di persone depositano i loro risparmi, per circa 9 miliardi in tutto, senza sapere che non sono coperti dalla garanzia sui depositi bancari: se la loro Coop va in crisi, in quanto soci saranno gli ultimi a rivedere i propri soldi. Credono che sia risparmio tutelato, invece è capitale di rischio. La Banca d’Italia è sottoposta al segreto d’ufficio, quindi non sappiamo, tre anni fa, chi è stato denunciato e a quale procura. Alla prossima Coop che salta diranno di aver avvertito tempestivamente la magistratura e, come nel caso dei diamanti, che non era chiaro chi dovesse vigilare.