Non sarà e non può essere una legge. Neppure un regolamento. Si tratterà di un “codice di comportamento”. Non sono giochi di parole, ma la via d’uscita che sta cercando il ministero dell’Interno, per stabilire le modalità di azione delle navi delle Organizzazioni non governative che operano per il salvataggio in mare dei migranti che partono dalle coste libiche. Per capire di cosa stiamo parlando, ricordiamo un dato: si tratta di 13 imbarcazioni che operano nel tratto di mare che va dalla Libia alla Sicilia, che fanno riferimento a nove Ong internazionali e che operano sempre in stretto contatto col comando centrale della Guardia Costiera italiana. Li hanno chiamati i “taxi del mare”, sono state oggetto di scontri feroci in ben due commissioni parlamentari, sospettate di essere in combutta con le bande di trafficanti di uomini, “ma noi ci limitiamo a salvare vite”, è la replica delle organizzazioni.

Anche il Viminale, dopo giorni di indiscrezioni sui contenuti del “codice”, ora sembra cambiare rotta. Tutto è ancora in “in via di definizione, stiamo lavorando dopo le osservazioni di Bruxelles, e i contenuti vanno concordati con le Ong”. Un cambio di strategia resosi necessario dopo le critiche arrivate anche da organismi internazionali. Durissima l’Unicef: il codice “potrebbe mettere a rischio molte vite, soprattutto quelle dei bambini”. “Dall’inizio della crisi migratoria, l’Italia ha compiuto degli sforzi incredibili per salvare i rifugiati e i migranti bloccati in mare e garantire supporto a tutte le persone messe in salvo dalle navi”, ha dichiarato Justin Forsyth vicedirettore generale dell’Unicef. “L’Italia dovrebbe essere lodata per questo. Allo stesso tempo, gli obiettivi di rafforzare il quadro legislativo e di sicurezza – non importa quanto giustificabili – non devono impedire le operazioni per salvare i bambini ed evitare che anneghino”.

“Medici senza frontiere”, chiarendo di non aver ancora visto il testo definitivo della proposta del Viminale, ribadisce che “sulla base delle informazioni disponibili, se questo Codice di condotta fosse attuato ci sarebbero meno navi disponibili nell’area di ricerca e soccorso e questo potrebbe condannare le persone in pericolo nel Mediterraneo ad una morte certa”. Msf aggiunge di aver sempre “seguito rigorosamente tutte le leggi internazionali, nazionali e marittime applicabili nel Mar Mediterraneo” e soprattutto di sostenere “qualsiasi sforzo volto a migliorare il coordinamento delle organizzazioni umanitarie in mare se questo verrà condotto in modo partecipato e con l’ambizione di migliorare concretamente la qualità delle operazioni di soccorso. Ciò detto, rifiuteremo qualsiasi misura che potrebbe aggiungere ulteriori restrizioni alla già sovraccarica capacità di salvare vite nel Mediterraneo o che mirano a nascondere la sofferenza delle persone disperate in Libia. Piuttosto che concentrarsi su un codice di condotta delle Ong, gli Stati europei dovrebbero pensare alla propria condotta in mare, e usare la loro capacità politica per sviluppare un sistema proattivo di ricerca e soccorso e fornire alternative a queste letali traversate del mare che sono costate più di duemila vite solo quest’anno”.

Secondo le indiscrezioni, le “regole” proposte dal Viminale fanno riferimento al “divieto assoluto” per le navi Ong di entrare in acque libiche, tranne se c’è “un evidente pericolo per la vita umana in mare”. Sarebbe vietato anche il trasbordo dei migranti salvati su altre navi, con la sola eccezione di situazione di emergenza. Le navi delle Ong non devono ostacolare le operazioni della Guardia costiera libica (nei giorni passati alti ufficiali della marina libica hanno accusato le Ong) e “lasciare il controllo di quelle acque alla responsabilità delle competenti autorità territoriali”. Ma due sono i punti di maggiore contrasto: l’obbligo di dichiarare le fonti di finanziamento per le attività di salvataggio in mare e l’obbligo ad accogliere a bordo ufficiali di polizia giudiziaria. Proposte avanzate già nelle due commissioni parlamentari che si sono occupate del ruolo delle Ong, e respinte dalle organizzazioni. Sul punto dei finanziamenti, le Ong, che vivono prevalentemente di donazioni private, oppongono la tutela della privacy dei donatori, su quello di avere a bordo ufficiali di pg italiani, la risposta delle organizzazioni umanitarie è netta: salviamo vite non svolgiamo funzioni di polizia. Ecco perché dal Viminale prendono tempo e chiariscono un punto: “Il codice è un patto che si sottoscrive”.

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