Per un paio di settimane, da martedì, Viale Mazzini sarà abusiva. Perché il contratto di concessione fra la Rai e lo Stato – l’accordo che rende l’azienda gestore del servizio pubblico televisivo e radiofonico e destinataria degli introiti del canone – scadrà lunedì 31 ottobre, ma la seconda proroga (la prima è di maggio) sarà efficace verso la metà di novembre. In sostanza: la televisione pubblica farà servizio pubblico in maniera illegittima. Il motivo è semplice, ma la questione è complessa: il governo ha commesso un errore marchiano poiché ha infilato la norma in un articolo della legge sull’Editoria, approvata il quattro ottobre, firmata giovedì dal Quirinale, ma non ancora pubblicata in Gazzetta Ufficiale.

Siccome i parlamentari non hanno previsto un tempo più stretto, immediato, l’entrata in vigore scatterà quindici giorni dopo l’inserimento in Gazzetta Ufficiale e dunque dopo il fatidico 31 ottobre. Che siano due settimane piene o una settimana e mezza, per il periodo di vacatio legis – tra l’altro, con la campagna elettorale e la par condicio in corso – Viale Mazzini opererà con la concessione non valida.

Il governo ha capito che ormai la vacatio legis non è più aggirabile, ma per limitare il disastro ha attivato la burocrazia per non sforare almeno il termine ultimo di lunedì – la concessione va prorogata obbligatoriamente prima che scada – altrimenti l’intera norma sarà inutile e l’azienda paralizzata per mesi, o peggio, subissata di ricorsi delle emittenti concorrenti che potranno reclamare un po’ di denaro degli abbonati.

Il pasticcio inquieta i vertici di Viale Mazzini: “Il ministero per lo Sviluppo economico – spiega la Rai tramite fonti autorizzate – ci ha informato che, molto probabilmente, la pubblicazione in Gazzetta avverrà per lunedì 31 ottobre. Noi proseguiamo, senza soluzione di continuità, le nostre attività gestionali, societarie e funzionali al servizio pubblico. Per i giorni non coperti dalla concessione, aspettiamo un parere legale per sapere come agire”.

Oltre a una sciatteria dei parlamentari di maggioranza sul delicato argomento della concessione, la legge sull’Editoria contiene un’altra trappola, forse ancora più pericolosa, per l’azienda guidata da Antonio Campo Dall’Orto: il famoso tetto da applicare agli stipendi. Recita l’articolo 9: “Il trattamento economico di dipendenti, collaboratori e consulenti Rai, la cui prestazione professionale non sia stabilita da tariffe regolamentate, non può superare euro 240.000 annui”. La legge prevede la deroga soltanto per chi lavora secondo “tariffe regolamentate” e quindi appartiene a un relativo ordine (come un notaio, per esempio). Carlo Conti non è iscritto all’ordine dei presentatori del Festival di Sanremo né Massimo Giletti ha fondato l’ordine dei conduttori dei varietà, di conseguenza anche Conti, Giletti e pure Antonella Clerici, Flavio Insinna, Milly Carlucci e Fabio Fazio – e tanti altri – dovranno rispettare il tetto di 240.000 euro.

Quando la disgraziata legge sull’Editoria sarà in vigore, Viale Mazzini convocherà Giletti e colleghi per imporre il taglio? O la stessa azienda, sfidando la nuova legge, proporrà contratti artistici sopra la soglia? Abusiva per poco e bloccata per sempre, così il governo ha ridotto la televisione. Dopo che la Rai ha sollevato il problema, Palazzo Chigi ha replicato che potrebbe intervenire sugli ingaggi artistici. Quando? Non durante la propaganda per il referendum, temono in Viale Mazzini: “Vi immaginate Matteo Renzi che rimuove il tetto appena ricostruito mentre promette risparmi sui costi del Senato?”. Ipotesi da scartare subito. Allora il guaio è ceduto in esclusiva agli amministratori dell’azienda. Con una legge scritta male (e fallata), forse la politica pensava di mandare a casa Campo Dall’Orto e, invece, ha mandato a casa l’intera Rai.

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