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"Il nostro successo": ecco la mail integrale scritta da Toto Wolff dopo il titolo mondiale di Antonelli - 2/2

Il capo della scuderia ha inviato un lungo messaggio a tutto il team dopo la vittoria del titolo Mondiale. Diversi passaggi significativi, compreso quello su George Russell
"Il nostro successo": ecco la mail integrale scritta da Toto Wolff dopo il titolo mondiale di Antonelli - 2/2
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“Il nostro successo”: ecco la mail integrale scritta da Toto Wolff dopo il titolo mondiale di Antonelli

Il successo ha molti padri. Il fallimento è orfano.

Così recita un vecchio detto. Eppure, riflettendo sul fatto che Kimi sia diventato Campione del Mondo, sento che mi è stato attribuito fin troppo merito per una storia che appartiene a tantissime persone.

Ho incontrato Kimi per la prima volta quando aveva appena 11 anni. Vedere quel ragazzino diventare Campione del Mondo di Formula 1 è qualcosa di davvero speciale. Ma il percorso, dagli esordi nel karting fino al traguardo raggiunto oggi, è stato plasmato da persone straordinarie, molte delle quali non riceveranno mai il riconoscimento che meriterebbero.

Tutto ha inizio con i suoi genitori, Marco e Veronica.

Marco non si è limitato a far conoscere il mondo delle corse a Kimi. Gli ha insegnato a guidare, a comprendere una vettura da corsa e a sviluppare quelle capacità che lo hanno reso il pilota che è oggi. E Veronica è stata presente a ogni singola gara di kart, fin dall’inizio, offrendo quell’amore, quella stabilità e quel sostegno di cui un ragazzo ha bisogno mentre cresce in un ambiente così impegnativo.

Essendo io stesso un papà che segue il proprio figlio nel karting, so bene quanto sia difficile trovare il giusto equilibrio tra incoraggiamento e severità. Marco vive questa sfida quotidianamente e, quando si tratta di capire quando spronare Kimi e quando invece lasciargli i suoi spazi, ci troviamo istintivamente in perfetta sintonia.

Ma ciò che hanno trasmesso a Kimi va ben oltre le corse.

La sua umiltà, la sua integrità e la sua lealtà, unite a una straordinaria ambizione e determinazione, sono qualità che ha appreso in famiglia. Forse noi lo abbiamo aiutato a sviluppare ulteriormente questi valori lungo il cammino, ma le fondamenta sono state gettate dai suoi cari. Non avrebbe potuto sperare in un inizio migliore.

Poi ci sono le persone che hanno saputo riconoscere e coltivare il suo talento fin dai primi anni.

Dino Chiesa, che ha giocato un ruolo fondamentale nella crescita di Kimi nel karting. Gwen Lagrue, la prima persona a parlarmi di un giovane pilota di nome Kimi. E Stephane Guerin, che ha accompagnato Kimi durante gli anni trascorsi nelle categorie propedeutiche. E naturalmente Sergi, che gli è rimasto accanto lungo tutto il percorso, rivelandosi un pilastro fondamentale per la crescita e lo sviluppo di Kimi, ben oltre il semplice ambito della preparazione fisica.

Man mano che Kimi avanzava nel karting e nelle categorie propedeutiche, altre persone hanno contribuito a plasmare il pilota che sarebbe poi diventato.

All’interno di Mercedes, c’è un’intera organizzazione a cui va riconosciuto un merito enorme.

Penso agli ingegneri che lo hanno introdotto alla complessità tecnica di una monoposto di Formula 1 – dalla dinamica del veicolo all’aerodinamica, fino all’utilizzo del simulatore “driver-in-the-loop” – aiutandolo ad adattarsi alle esigenze di una vettura di massima categoria e a sviluppare quella capacità di fornire riscontri tecnici e quella costanza di rendimento richieste a questo livello.

E poi c’è il team di ingegneri di pista, guidato da Bono e Shov, che ha preso quelle basi e ha aiutato Kimi nel passaggio alla Formula 1, lavorando con lui sull’assetto, sulla gestione degli pneumatici, sulla condotta di gara e su come ottenere il massimo da se stesso e dalla vettura.

Bono merita una menzione speciale. È una persona estremamente ambiziosa ed esigente, ma sa essere sempre una voce calma, sia durante i briefing che dall’altra parte della radio nei momenti più critici in pista. Sa esattamente quando spingere, quando stimolare e quando, invece, un giovane pilota ha semplicemente bisogno di essere rassicurato. Questo equilibrio tra aspettative elevate e un sincero interesse per il pilota è stato inestimabile per Kimi, soprattutto nei momenti più difficili.

Vorrei sottolineare in particolare il ruolo di James Allison.

James è sempre stato piuttosto scettico nei confronti dei piloti. Da ingegnere, è convinto – giustamente – che la vettura sia l’elemento più importante dell’equazione, e non si lascia facilmente trasportare dall’entusiasmo che solitamente circonda i piloti di Formula 1. Eppure, quando gli ho proposto di far salire Kimi in macchina, mi ha sostenuto. Ha avuto fiducia nel mio giudizio, ha appoggiato la decisione e si è assicurato che l’intera struttura tecnica fornisse a Kimi tutto ciò di cui aveva bisogno per avere successo.

Per me ha significato moltissimo. Perché il sostegno più prezioso non arriva necessariamente da chi è sempre d’accordo con te su tutto, ma da chi sa mettere in discussione le tue idee, per poi restare saldamente al tuo fianco una volta presa una decisione. Il nostro team di marketing e comunicazione, sotto la guida del mio vice, Bradley, e della responsabile della comunicazione, Clare – che sa bilanciare le diverse esigenze di marketing, comunicazione e ingegneria, dando sempre la priorità alle prestazioni – e in particolare Rosa, che ha messo a frutto tutta l’esperienza maturata lavorando con Lewis per aiutare Kimi a comprendere le responsabilità che comporta l’essere un pilota Mercedes in Formula 1. Non si tratta solo di gestire i media, ma di saper affrontare l’attenzione, le aspettative e la pressione, rimanendo sempre se stessi.

E, naturalmente, le centinaia di persone a Brackley e Brixworth il cui lavoro offre ai nostri piloti l’opportunità di avere successo. Coloro che progettano, costruiscono e sviluppano la vettura e il motore, che affrontano i momenti più difficili e che non smettono mai di impegnarsi per farci migliorare.

Desidero inoltre riconoscere il merito di tante altre persone che hanno avuto il coraggio di sostenere una decisione tutt’altro che scontata.

Sostituire Lewis Hamilton – il pilota di maggior successo nella storia della Formula 1 e, probabilmente, la figura di maggior rilievo culturale in questo sport – con un adolescente non poteva certo essere una scelta facile.

Le critiche non sono mancate, sia dall’interno che dall’esterno del mondo delle corse, riguardo alla decisione di far salire un diciottenne su una Mercedes. E quando Kimi ha attraversato un periodo complicato, restando a secco di punti per diverse gare, quei dubbi si sono comprensibilmente fatti più insistenti.

Ma non ci siamo mai aspettati che il suo primo anno in Formula 1 fosse privo di ostacoli. Tutt’altro. Sapevamo che ci sarebbero stati fine settimana difficili, errori e momenti in cui qualcuno avrebbe messo in discussione le nostre scelte. Tutto ciò faceva parte del percorso che avevamo intrapreso.

Non si può chiedere a un giovane pilota di imparare e poi punirlo quando commette degli errori. Ciò che contava non era la posizione di Kimi dopo una singola gara difficile, bensì il suo potenziale per gli anni a venire.

E uno dei motivi per cui abbiamo potuto fare questo salto è stato George.

Non è stato l’anno di George. Lui e la monoposto non hanno sempre trovato il giusto feeling, e so bene quanto questo sia stato frustrante per lui. Tuttavia, abbiamo potuto correre il rischio di far debuttare Kimi proprio perché sapevamo di avere già in George un campione, un vero numero uno. Qualcuno dotato della velocità, dell’esperienza e della leadership necessarie per trascinare la squadra, oltre alla forza di carattere per accogliere un giovane compagno di scuderia dal potenziale enorme. È stata proprio questa consapevolezza a darci la sicurezza necessaria per prendere una decisione così audace.

Una fiducia che è andata oltre il team sportivo. Il nostro Consiglio di Amministrazione presso Mercedes Grand Prix ha riposto piena fiducia nel nostro giudizio, sostenendo la scelta fin dal primo momento. Un ringraziamento speciale va a Ola Källenius, mio ​​partner in questi lunghi anni: nei momenti più complessi, quando i risultati non erano all’altezza delle nostre aspettative, non ha mai smesso di credere nella nostra organizzazione né nelle persone che la guidano. E quando gli ho parlato dell’idea di far salire Kimi in macchina, non ha avuto alcuna esitazione.

Lo stesso vale per i nostri partner e sponsor. Ho discusso con molti di loro, già in una fase iniziale, di ciò che avevamo intenzione di fare. Hanno capito che non si trattava semplicemente di sostituire un pilota con un altro. Si trattava di iniziare un nuovo capitolo, di correre un rischio calcolato e di costruire qualcosa insieme.

Molti di loro hanno accolto questa visione con entusiasmo sincero. Hanno scelto di credere nel percorso ancora prima di sapere dove avrebbe portato. E per noi ha significato moltissimo, soprattutto in un momento in cui non tutti erano pronti a unirsi a questa avventura.

E, a livello personale, voglio ringraziare mia moglie Susie.

Lei sa meglio di chiunque altro cosa richieda questo lavoro; comprende il mondo del motorsport e le pressioni che ne derivano. Quando stavo valutando la decisione di far salire Kimi in macchina, mi ha incoraggiato a fidarmi del mio istinto e ad avere il coraggio di portare avanti ciò che ritenevo giusto. Avere al proprio fianco qualcuno che comprenda sia le conseguenze professionali che il peso personale di certe decisioni fa una differenza enorme.

E infine, c’è Kimi.

Perché, per quanto sostegno, opportunità e guida si possano offrire a un giovane pilota, nessuno può guidare al posto suo.

Nessuno può trasmettergli la determinazione necessaria per andare avanti dopo un fine settimana difficile, il coraggio di risalire in macchina dopo aver commesso un errore, o la resilienza per affrontare la pressione straordinaria che comporta correre per la Mercedes.

Queste qualità devono venire da dentro.

Kimi ha commesso degli errori. Come tutti noi. Ma non ha mai smesso di imparare, di ascoltare e di credere in ciò che avrebbe potuto raggiungere. E, lungo tutto questo percorso, è rimasto il ragazzo fondamentalmente perbene che ho conosciuto tanti anni fa.

Perciò, quando qualcuno mi dice che merito un riconoscimento per aver scoperto Kimi o per averlo reso Campione del Mondo, so bene quante altre persone abbiano contribuito molto più di quanto verrà mai loro riconosciuto.

Sì, ho creduto in lui. E sì, a un certo punto ho dovuto prendere una decisione e sostenerla.

Ma credere in qualcuno è molto più facile quando tante persone in gamba ti hanno già dato ogni motivo per farlo.

Questa non è la mia storia di successo. È la nostra.

E non potrei essere più orgoglioso di tutti coloro che ne hanno fatto parte.

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