“Il nostro centrosinistra è una falange macedone al confronto del Partito democratico balcanizzato degli Stati Uniti. Ma che cosa dovremmo imparare da questi qua?”. È l’affondo del direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che, a Otto e mezzo (La7), monta l’assunto secondo cui la sinistra italiana ed europea debba prendere esempio dai democratici americani dopo la sconfitta di Donald Trump alle elezioni di Midterm. La conduttrice Lilli Gruber osserva che proprio la diversità dei candidati democratici, insieme all’attenzione per problemi concreti come il costo della spesa, ha consentito al partito di conquistare Stati tradizionalmente repubblicani. E chiede a Travaglio se Elly Schlein sbagli a immaginare che lo stesso fenomeno possa verificarsi anche da questa parte dell’Atlantico.
Il direttore del Fatto risponde con una stoccata al “provincialismo esterofilo” della politica italiana: “Secondo me è già successo due secoli fa, quando in Europa è nato il socialismo. Sembra che da un lato vinciamo con i voti degli altri e dall’altro facciamo finta di dover imparare dagli americani cose che dovremmo essere noi a insegnare a loro. Gli americani non sanno che cos’è il welfare. Noi l’abbiamo inventato ottant’anni fa, mentre in America chi andava un pochino a sinistra veniva perseguitato dalla caccia alle streghe del maccartismo. Ma che cosa dovremmo imparare da questi qua?”.
E sull’argomento del “carrello della spesa”, evocato da Gruber come una delle chiavi del successo democratico, il giornalista ironizza sui candidati americani presi a esempio: “Perché, noi non siamo capaci di parlare del carrello della spesa senza farcelo insegnare da Talarico, che chiama Dio in suo soccorso ogni due minuti, o da El-Sayed, che dice: ‘Ringrazio la mia bellissima moglie perché sta a casa a guardare le figlie mentre io lavoro’? Ma persino Tajani arrossirebbe a sentire questi candidati“.
Il direttore mette poi in fila le contraddizioni di un partito che raccoglie posizioni politiche, religiose ed economiche difficilmente conciliabili. E aggiunge: “Stanno nello stesso partito in cui Hillary Clinton rimprovera a Trump di non aver fatto l’invasione di terra in Iran. Cioè, lo rimprovera di non aver fatto abbastanza la guerra. E secondo te questo è un partito?”.
L’elenco prosegue, tra conservatorismi religiosi e divisioni sulla redistribuzione della ricchezza, mentre in studio il presidente della Regione Emilia Romagna, Michele De Pascale, sorride e annuisce: “Ci sono dentro bigotti islamici, bigotti presbiteriani, mangiapreti, ricchi che si oppongono alla tassa sui super ricchi. Nella democraticissima California la tassa è stata bocciata perché il governatore democratico era contrario, mentre un’altra parte era favorevole. Spiegami che partito è questa roba qua”.
Travaglio spiega che i risultati elettorali rappresentano soprattutto una sconfitta di Trump, mentre resta tutta da verificare la capacità dei democratici di trasformare le vittorie locali in un progetto politico nazionale. Riconosce che dalle urne arrivano “segnali di vitalità”, ma invita a non confondere il successo di singoli candidati con la rinascita dell’intero partito: “Sono segnali che appartengono a quei territori, che non sono esportabili né su scala nazionale e federale americana, né tantomeno qua in Europa, dove francamente non c’è nessuno che abbia niente da insegnarci”.
La conclusione è un’altra frecciata all’abitudine di cercare oltreoceano ricette politiche che in Europa hanno radici ben più antiche: “Noi lo Stato sociale, il socialismo, la lotta alle diseguaglianze li conosciamo benissimo da ben prima che loro cominciassero a parlarne. Piantiamola con questa roba da Alberto Sordi-Nando Mericoni che ha sempre bisogno della mamma americana. Per carità di Dio”. Il riferimento è al celebre personaggio del film Un americano a Roma, simbolo della fascinazione tutta italiana per gli Stati Uniti.