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Ti ricordi… Rinaldo Martino, il fuoriclasse argentino che vinse con la Juve e scappò da Torino per i cavalli

Il fuoriclasse argentino arrivò nel 1949, conquistò subito il pubblico bianconero e contribuì al ritorno al successo dopo quindici anni. Poi il ritorno in Sudamerica, dove lo aspettava una vita completamente diversa, tra ippica e musica
Ti ricordi… Rinaldo Martino, il fuoriclasse argentino che vinse con la Juve e scappò da Torino per i cavalli
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Lo scudetto mancava da quindici anni. Gli ultimi cinque erano stati a senso unico: il Grande Torino era una squadra invincibile. Non dal destino purtroppo, e la tragedia del 1949 bruciava sulla pelle di tutta Italia. Gianni Agnelli, diventato presidente nel 1947, promise che “Torino avrà presto un nuovo squadrone”. E un nuovo squadrone passa per i primi, grandi, acquisti stranieri: i danesi Hansen e Praest ci sono già, e quanto a potenza siamo a posto. Serve classe, serve velluto, e allora chi meglio di Rinaldo Martino, detto appunto “zampe di velluto”? Nato a Rosario il 6 ottobre 1921, Rinaldo Fioramonte Martino aveva già lasciato il segno ben prima di sbarcare in Italia. A portarlo alla Juventus fu soprattutto un incontro: quello con Renato Cesarini. In un’intervista concessa molti anni dopo a El Gráfico, Martino raccontò che l’ex fuoriclasse juventino gli si avvicinò un giorno, chiedendogli se avesse voglia di giocare in Italia. Gli spiegò che il suo calcio sarebbe stato perfetto per il nostro campionato: scatto breve, tocco rapido, capacità di muoversi negli spazi. Martino disse sì e Cesarini lo raccomandò alla Juventus. Una trattativa nata, insomma, dalla convinzione di chi sapeva riconoscere il talento.

A Torino arrivò nell’estate del 1949, dopo aver conquistato l’Argentina con la maglia del San Lorenzo. Nel 1946, insieme ad Armando Farro e René Pontoni, aveva composto il celebre «trio de oro»: tre uomini capaci di mandare in gol una squadra intera, 90 reti complessive nel campionato vinto dal Ciclón. Martino era il più fantasioso, quello che accarezzava il pallone e lo accompagnava dove voleva. Non a caso, in Italia, sarebbe diventato «Zampa di velluto». In patria, invece, era già «Mamucho»: un soprannome nato da una sua gaffe linguistica. Dopo una partita aveva provato a dire che nel secondo tempo la squadra aveva giocato molto meglio, ma gli uscì un improbabile «jugamos más mucho». Il compagno Bartolomé Colombo non perse l’occasione: Mamucho, da quel momento, per tutti.

Il suo biglietto da visita internazionale era stato un gol destinato a entrare nella storia. Coppa America 1945, Argentina–Uruguay: Martino si liberò di tre avversari, finse il tiro e superò il portiere Roque Máspoli con un pallonetto. Un capolavoro che in Sudamerica sarebbe stato ricordato come «el gol de América». L’Argentina vinse la partita e il torneo. E Martino, nel frattempo, aveva imparato a convivere con la fama di artista del pallone.

Alla Juventus non ebbe bisogno di presentazioni né di prove generali. «Non giocai amichevoli. Arrivai e debuttai», avrebbe ricordato. Il primo appuntamento fu l’11 settembre 1949, contro la Fiorentina: finì 5-2 e Martino segnò già al suo esordio in Serie A. Jesse Carver lo sistemò da interno destro, accanto a Boniperti, con Muccinelli e i danesi Hansen e Præst a completare un attacco di straordinaria qualità. Ad aiutarlo nell’ambientamento furono soprattutto Volante, che lo accompagnava persino agli allenamenti, e Gigi Peronace, prezioso interprete con l’allenatore inglese.

La stagione fu un trionfo. La Juventus conquistò lo scudetto con quattro giornate d’anticipo, chiudendo a quota 62 punti, cinque più del Milan: 28 vittorie, 100 gol segnati e appena 43 subiti. John Hansen fu il capocannoniere con 28 reti, Boniperti ne aggiunse 21, Martino ne firmò 18. Non era soltanto un raffinato rifinitore: sapeva anche dove mettere il pallone per fare male. E lo faceva senza bisogno di calciare forte. «Non mi è mai piaciuto tirare con potenza, ho sempre cercato di piazzarla», raccontò. Da qui il soprannome italiano, conquistato a suon di carezze al pallone.

Il suo talento gli spalancò anche le porte della Nazionale italiana. Figlio di genitori italiani, Martino vestì l’azzurro da oriundo il 30 novembre 1949, nella partita contro l’Inghilterra. A Wembley, o meglio sul terreno londinese di White Hart Lane, arrivò una sconfitta per 2-0. Fu la sua unica presenza con l’Italia, dopo aver già collezionato venti presenze e quindici gol con l’Argentina. Una doppia cittadinanza calcistica, come si diceva allora, che raccontava bene il calcio di quegli anni.

Eppure, proprio quando sembrava destinato a diventare uno dei simboli della nuova Juventus, Martino preparò le valigie. Nel 1950 tornò in Sudamerica. La moglie, sposata poco prima della partenza, non si era ambientata in Italia, ma lui, con la sua ironia, avrebbe dato un’altra spiegazione. «Mi interessavano molto le corse», disse in un’intervista. «Quelle automobilistiche?». «No, quelle dei cavalli!». La passione per l’ippica, insomma, più dei motori. E forse anche un modo elegante per raccontare che Torino, nonostante lo scudetto, non era diventata casa.

La sua storia, però, non finì con quella stagione bianconera. Passò al Nacional di Montevideo poi nel Boca Juniors e nel Cerro, prima di salutare il pallone. Ma c’era un’altra musica nella vita di Martino, ed era quella del tango. Nel 1962 fondò a Buenos Aires, insieme ad Atilio Stampone e Vicente Fiasché, il Caño 14, locale destinato a diventare un tempio del due per quattro. Per diciotto anni passarono da quelle stanze alcuni dei nomi più importanti del tango argentino. Martino aveva cambiato palcoscenico, non inclinazione: continuava a cercare la bellezza, soltanto senza più avversari da saltare.

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