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L’Ilva di Taranto è spenta: finisce un’era di lavoro e inquinamento. Il futuro? Nessuna idea

Dopo 62 anni di acciaio e polemiche, gli altiforni sono fermi da venerdì mattina. Il domani resta un'incognita e in ballo ci sono oltre 10mila posti di lavoro
L’Ilva di Taranto è spenta: finisce un’era di lavoro e inquinamento. Il futuro? Nessuna idea
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Il gigante d’acciaio ha smesso di sbuffare nuvole nere nel cielo. Dopo 62 anni di acciaio, inquinamento e polemiche, gli altiforni dell’Ilva sono stati spenti venerdì mattina all’alba di un giorno che è nuovo solo per metà. A Taranto si è chiusa un’era di lavoro e ricchezza da un lato, di malattie e inquinamento dall’altra. L’acciaieria più grande d’Europa, che non lo era ormai più tempo, ha iniziato un lungo sonno, eterno salvo miracoli. Dopo aver trasformato milioni e milioni di tonnellate di minerale di ferro, carbone e calcare in ghisa, poi ripulita con l’ossigeno e modellata in bramme a loro volta laminate e modellate fino a costruire auto, elettrodomestici, ponti e tutto ciò che d’acciaio è fatto, cioè quanto di più resistente abbiamo al mondo, l’Ilva è morta e con lei, da oggi, sono in quiescenza i novemila operai partecipi di questo processo, a loro volta spesso figli di altri metalmeccanici, in molti casi nipoti di quei metalmezzadri che finito il turno in fabbrica andavano a coltivare la terra lasciata per una tuta blu, promessa di futuro ed emancipazione economica. Da oggi quei novemila sono metalcassintegrati e il loro tempo non sarà scandito, nemmeno per metà, dal canglore della fabbrica.

Perché quel perimetro grande due volte la città inquina ancora, hanno sentenziato i giudici, e rischia di far danni anche a loro. Sai mai, un altro incidente simile a quello del maggio 2025 quando l’altoforno 2 quasi saltò per aria. Perché in quei camini visibili da decine di chilometri di stanza c’è ancora amianto, rinchiuso tra i mattoni certo, ma gli impianti sono messi così male che nulla può essere escluso. Così l’Ilva si è fermata e da oggi l’aria di Taranto sarà certamente almeno un po’ più pulita, abbassando il rischio di contrarre malattie collegate all’inquinamento. Anche in età nelle quali certi problemi dovrebbero essere ipotesi dell’irrealtà. A Lorenzo Zaratta, morto a cinque anni, trovarono particelle metalliche nel cervello durante l’autopsia. A ucciderlo era stato un astrocitoma, un tumore cerebrale infantile. “Zona di sacrificio”, disse a un tratto l’Onu.

È finita, quindi, ma senza vincitori. I danni dell’Ilva – scoperchiati dalla maxi-inchiesta Ambiente Svenduto nel 2012 che oggi langue, svuotata di senso e taccuini a raccontarla, in un’aula del Tribunale di Potenza – continueranno a riverberarsi ancora nel tempo e nessuno in questi anni è riuscito a trovare una soluzione che desse una prospettiva di ambientalizzazione salvaguardando, almeno in parte, l’occupazione dei dipendenti e delle altre decine di migliaia dell’indotto. Così, giunto il tempo della giustizia, tardiva eppure arrivata, resta aperta la questione del lavoro. Chi aiuterà redditi diminuiti, decurtati, azzerati per mesi e mesi, forse anni? Ora la corsa è affannosa, il governo in panne sul dossier ha bussato alla porta di Fincantieri, Leonardo e Rfi, la triplice delle partecipate buone in ogni stagione, specie se elettorale, affinché si accollino i lavoratori in eccedenza.

Ma intanto in due anni, nonostante fosse chiaro dal 2024 come sarebbe finita dopo la pronuncia della Corte di Giustizia Ue, non è riuscito a trovare uno straccio di compratore con un progetto credibile e finanze solide che desse loro una prospettiva vera. Tra poco più di 48 ore scade la gara per la vendita di ciò che resta dell’Ilva e non si sa se e chi proporrà di caricarsi il fardello. Al momento, sostengono Fiom e Uilm, finanche sulla cassa integrazione, il sottominimo sindacale, “non ci sono le condizioni per divenire ad alcun tipo di accordo se non ci garantiscono un futuro per riprendere con il lavoro”. L’Ilva è spenta, ma le sue tossine circoleranno a lungo e resta molta polvere da tentare di nascondere sotto i tappeti dei governi precedenti, dei magistrati cattivi, dei sindacati rompiscatole, del sindaco che rifiutava la nave rigassificatrice e degli ambientalisti, ingrati, incapaci di vedere tutte quelle migliorie salvifiche annunciate, pubblicizzate, strombazzate e smentite da analisi e sentenze. Si sapeva sarebbe arrivato questo momento, ma nessuno ha programmato il dopo che ora è qui e così, nonostante il gigante abbia smesso di sputare diossine e ogni altra porcheria, le nuvole nere sono ancora all’orizzonte.

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