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La Lega si prende l’Anac: un’altra prova che il governo non tollera il controllo pubblico

Un organismo fondamentale per il contrasto della corruzione diventa oggetto di occupazione partitica. E intanto Forza Italia rilancia la separazione delle carriere
La Lega si prende l’Anac: un’altra prova che il governo non tollera il controllo pubblico
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C’è qualcosa che non convince nella insistenza con cui Forza Italia, attraverso Enrico Costa, e l’Unione delle Camere Penali tornano a rilanciare la separazione delle carriere dei magistrati, nonostante la netta bocciatura referendaria della riforma. Il 53,8% degli italiani ha votato No. Non si tratta di un dettaglio statistico, ma di una precisa manifestazione di volontà del popolo italiano – al quale, secondo l’art. 1 della Costituzione, appartiene la sovranità – che dovrebbe indurre la maggioranza quantomeno ad una riflessione.

Perché tanta ostinazione? E soprattutto, quale interesse si cela dietro una battaglia che sembra essere diventata una questione identitaria per il partito di Tajani?

Per comprenderlo occorre andare oltre il caso della mancata convalida dell’arresto di Youssef Siher da parte del gip di Milano, dal momento che l’argomento dell’appiattimento del giudice sulle richieste della Procura, che era il principale cavallo di battaglia della proposta di separare le carriere, si è rivelato ancora una volta infondato. Per cercare di capire, bisognerebbe guardare a vicende ben più significative, come ad esempio il caso Almasri, ma anche alcune dichiarazioni fatte dallo stesso Tajani durante la campagna referendaria, circa il rapporto tra potere politico, polizia giudiziaria e direzione delle indagini.

Il problema è molto più profondo di una controversia sull’organizzazione della magistratura. Riguarda il rapporto tra potere esecutivo e potere giudiziario, i limiti dell’autorità politica e, soprattutto, l’autonomia di chi è chiamato ad esercitare il controllo di legalità sull’operato delle istituzioni.

In uno Stato di diritto, i magistrati sono soggetti soltanto alla legge. La giurisdizione è un potere diffuso, esercitato da giudici indipendenti, che non rispondono al governo né alla maggioranza parlamentare di turno. Non sono funzionari della sicurezza, ausiliari dell’esecutivo o strumenti per garantire la stabilità politica.

Il pubblico ministero deve poter indagare senza condizionamenti, anche quando le indagini potrebbero toccare interessi del governo, ovviamente nel rigoroso rispetto delle condizioni di legge. E il giudice deve poter decidere senza preoccuparsi che il proprio provvedimento sia gradito o sgradito a chi governa.

È proprio questa indipendenza a rendere possibile il controllo di legalità sull’esercizio del potere. Ma è anche questo controllo che può diventare scomodo per qualsiasi maggioranza politica.

La separazione delle carriere, presentata come una semplice riforma organizzativa e come una battaglia per la presunta terzietà del giudice, rischia di inserirsi in un disegno più ampio: indebolire l’unità e l’autonomia della magistratura, modificando gli equilibri costituzionali e rendendo più fragile la sua capacità di resistere alle pressioni della politica.

Non si tratta di sostenere che ogni magistrato abbia sempre ragione, né di negare la necessità di correggere inefficienze e abusi. La magistratura deve essere criticabile, come ogni istituzione democratica. Ma una cosa è pretendere responsabilità e trasparenza, altra cosa è voler condizionare l’esercizio della giurisdizione.

La pretesa che l’attività giudiziaria si orienti verso gli obiettivi del governo, che le indagini non ostacolino l’azione dell’esecutivo e che i provvedimenti giudiziari siano compatibili con gli interessi della maggioranza è semplicemente incompatibile con i principi fondamentali della Costituzione.

Pertanto, desta non poche preoccupazioni per la tenuta del principio dell’equilibrio tra poteri dello Stato la nomina avvenuta giovedì sera, con decreto legge, di un esponente del partito della Lega, Nuccio Altieri, al vertice dell’Anac, l’autorità anticorruzione. Il messaggio è chiaro: un organismo fondamentale per la legalità e il contrasto della corruzione diventa oggetto di occupazione partitica, dimostrando ancora una volta l’intolleranza del governo verso il controllo pubblico, dopo lo smantellamento dei poteri della Corte dei Conti e dei vari strumenti di indagine contro i reati dei colletti bianchi.

Il problema è sempre lo stesso: l’indipendenza delle istituzioni diventa un valore da difendere soltanto quando non intralcia gli interessi della politica. Da una parte si pretende di ridimensionare il peso e l’autonomia della magistratura, accusando i magistrati di invadere il campo politico; dall’altra si guarda alle autorità indipendenti come a caselle da riempire secondo gli equilibri della maggioranza.

È una contraddizione enorme, che rivela una preoccupante idea del potere: istituzioni autonome quando conviene, fedeltà politica quando serve. Altro che riforme per i cittadini: il rischio è trasformare ogni presidio di garanzia in una dependance dei partiti.

Ma la Costituzione non è un ostacolo da aggirare quando il suo equilibrio non piace a chi governa. E la magistratura indipendente non è un problema da risolvere: è una garanzia da difendere. Perché in democrazia il Governo governa, il Parlamento legifera e la magistratura applica la legge. Nessuno dei tre poteri può pretendere di avere il dominio sugli altri.

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A cura di Paolo Frosina
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