“Collasso Midterm”, “è caccia al colpevole”, “restano tre opzioni”: la stampa accusa Trump ma lui pensa alla sala da ballo
Alla fine, sembra averlo capito anche lui, Donald Trump, il magnate presidente: la guerra all’Iran ed il conseguente aumento del costo della vita – specie della benzina – hanno irritato gli americani e innescato la valanga democratica che s’è abbattuta martedì sulla Casa Bianca e sul partito repubblicano. Ieri, dopo che il suo vice JD Vance e altri esponenti del suo partito lo aveva pubblicamente riconosciuto, anche Trump lo ha ammesso. Solo per dire – ironizza il Washington Post – che avrebbe rifatto le stesse scelte; e per cominciare a cercare il colpevole (o, almeno, su chi scaricare le colpe). Più fattualmente, e meno ironicamente, l’Ap scrive: “Trump riconosce che il conflitto in Iran ha avuto un impatto sull’esito delle elezioni, ma dice che era qualcosa che doveva fare. E nega di volere rimpiazzare il segretario alla Difesa, o alla Guerra, Pete Hegseth, nonostante l’insoddisfazione degli elettori per la guerra e per il suo andamento”.
Se non lo fa lui, però, lo faranno i democratici, dopo che il nuovo Congresso uscito dal voto di Midterm di martedì si sarà insediato, il 6 gennaio: Hegseth e il capo dell’Fbi Cash Patel sono i primi della lista di ‘trumpiani’ da mettere sotto inchiesta e, magari, sotto impeachment. Nella lista, non c’è il nome del presidente: mancano i numeri per cacciarlo
Ricordo solo i risultati, aggiornati alla mezzanotte di mercoledì (ora di Washington, le 06.00 del mattino di giovedì in Italia). Al Senato, i democratici hanno ora 54 seggi e i repubblicani 44, mentre restano da assegnare due Stati del ‘profondo rosso’ e che si ritrovano a un passo dal blu, l’Alaska e il Mississippi, che non elegge un senatore democratico dagli Anni Ottanta. I democratici hanno strappato sette seggi ai repubblicani, senza perderne nessuno: nelle due Caroline e in Maine, Ohio, Iowa, Kansas e Texas. Alla Camera, dove restano da assegnare una cinquantina di seggi, i democratici ne hanno 240 – 30 quelli espugnati – e i repubblicani 147 – 30 quelli persi -.
E’ stata una valanga di voti di donne, di giovani, di ispanici. Ed è una valanga di donne elete: oltre cento le deputate democratiche che hanno conquistato un seggio. Mentre i democratici fanno festa, i repubblicani “puntano il dito l’un contro l’altro” – New York Times – e “si scambiano reciproche accuse” – Washington Post –. La Cnn fotografa la situazione: “I democratici costruiscono una solida maggioranza e continuano ad accumulare seggi man mano che lo scrutinio s’avvia alla conclusione… Invece, i repubblicani cercano d’individuare i colpevoli”. Il gioco dello scaricabarile, tipico di chi ha perso e già si prepara a perdere di nuovo, è un ritornello che torna in varie analisi.
Per New York Times, che ci porta dentro “lo storico collasso” del partito conservatore, è stato il vice-presidente Vance ad aprirlo, prendendo le distanze “in modo notevole” – e pericoloso – dal suo presidente, uno che pretende “totale lealtà”. “Ho visto il nemico e siamo noi”: parole d’un conservatore al giornale, perché è stata la scelta “di un presidente impopolare” di fare “una guerra impopolare” a condurre il partito alla disfatta. Secondo il Washington Post, Trump “ha tracciato la via verso la disfatta”, ma sono stati gli strateghi del partito, preoccupati dai sondaggi, s suggerire di mettere il presidente al centro del confronto, trasformando le elezioni di midterm in un referendum e finendo con il peggiorare le cose.
Analoga l’analisi del Wall Street Journal, che racconta “come Trump ha perso il midterm”: “La guerra all’Iran e i prezzi della benzina hanno innescato uno dei ripudi più radicali d’un presidente americano da parte degli elettori”.
Ora, ci sarebbe da provare a rimettere insieme i cocci, tanto più che Axios avverte che “dopo la disfatta”, a Trump sull’Iran “restano solo opzioni tutte sostanzialmente negative”: riprendere a fare la guerra, come gli chiede il co-autore dello sfascio, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, inacidendo ulteriormente l’opinione pubblica; fare l’intesa con Teheran che alza il prezzo cogliendo il momento di difficoltà del nemico “L’egemonia statunitense sta crollando”, è il commento ai risultati del voto che arriva dall’Iran -; togliere il blocco e battere in ritirata, ammettendo non solo l’errore ma anche la sconfitta”.
Trump è macerato tra queste opzioni? Se lo pensate, siete fuori strada: per lui, quel che conta ora è finire i lavori della nuova sontuosa sala da ballo della Casa Bianca, un salone delle feste dove, se va bene, i primi a ballare saranno i democratici nel 2028. Come, prima del Midterm, aveva dedicato l’ultimo comizio alle tubature della Reflecting Pool, la piscina rettangolare che s’allunga tra il Lincoln Memorial e l’obelisco di Washington. L’immobiliarista presidente lascerà in eredita a un’America e a un Mondo impoveriti e spaventati lavoretti d’idraulica e ristrutturazioni domestiche.