Dalle piazze d’Europa agli alberi di Lula: l’alternativa c’è (capito signora Thatcher?) – La rubrica di Slow Food
Un brivido di cambiamento sta percorrendo il pianeta. Perché “T.I.N.A.”, il “There Is No Alternative” della Sig.ra Thatcher, è un’enorme fandonia: molto comoda per chi deve imporre una certa idea di mondo, molto annichilente per chi in questa configurazione “inevitabile” si ritrova a battagliare tra gli ultimi per le briciole e si convince di non poter cambiare in alcun modo la propria condizione e i rapporti di forza che la delineano. Ma no: il cambiamento è possibile oltre che necessario. Le enormi crisi globali, innegabili, che stiamo attraversando non sono inevitabili: la crisi climatica, ambientale, sociale, bellica,economica, alimentare, sono apocalittiche ma non fatali, non sono un destino scritto, non sono predeterminate dal caso. Sono riconducibili a decisioni prese dagli esseri umani: decisioni sbagliate. Questa è la cattiva notizia. Ma la buona notizia è che le decisioni umane si possono cambiare. A cominciare dal non cadere nell’inganno che le idee degli esseri umani, il pensiero, la coscienza, siano rimpiazzabili con sofisticati computer che funzionano sulla base di informazioni che hanno attinto proprio dalle idee, dal pensiero, dalla coscienza umani. E di conseguenza respingendo la narrativa per cui le opere, le scelte, le azioni dell’umanità siano irrilevanti nel corso degli eventi: al contrario sono fondamentali e di vitale importanza, la storia ce lo insegna, per incidere positivamente rispetto a ciò che ci circonda e riteniamo avvilente, ingiusto, pericoloso o disumano.
Ma le piazze si sono animate. La Spagna, la Francia e anche l’Italia sono percorse da manifestazioni di disagio e dissenso. In India il “movimento degli scarafaggi”, milioni di giovani studenti, ha costretto alle dimissioni il Ministro dell’Istruzione in carica accusato di massiccia fuga di informazioni e presunta compravendita delle domande d’esame per l’accesso a Medicina. In Serbia ha vinto la lista degli studenti contro la destra di Vucic. In Brasile il presidente Lula ha avuto la meglio su Bolsonaro junior.
Questi eventi, più o meno lontani, ci riguardano tutti: particolarmente il Brasile, dove sappiamo trovarsi la maggior porzione di foresta pluviale del Rio delle Amazzoni. Le foreste pluviali, oltre a conservare un’enorme biodiversità, sono un serbatoio di CO2 gigantesco e contribuiscono a mitigare la crisi climatica. A livello planetario. Le politiche pubbliche degli ultimi quasi quattro anni, sotto la presidenza di Luiz Inácio Lula da Silva, avevano determinato una diminuzione rilevante della deforestazione: il calo dal 2023 era stato del 71% secondo il governo, riferisce il sito del quotidiano Folha de S.Paulo. Nell’ultimo anno si era ridotta del quasi 42% raggiungendo il livello più basso mai registrato dall’inizio del monitoraggio sistematico, nel 1988. Il fenomeno era invece aumentato sotto il suo predecessore di destra, Jair Bolsonaro, il padre dello sconfitto di ottobre: avendo privilegiato l’estrazione mineraria nelle terre indigene amazzoniche, la perdita di foresta era aumentata del 60% rispetto al periodo precedente, con 10mila chilometri quadrati all’anno distrutti, e un picco di 13mila nel 2021. Nel 2022 è stato calcolato che venivano abbattuti 21 alberi al secondo: per creare pascoli, monocolture di soia, o avviare speculazioni immobiliari. Alcuni testimoni raccontano che, nella speranza che Bolsonaro figlio vincesse le elezioni, vari gruppi di uomini armati si erano appostati ai confini dei territori indigeni, pronti ad impadronirsene con violenza. La foresta pluviale negli anni Novanta rimuoveva da uno a due miliardi di tonnellate di diossido di carbonio dall’atmosfera ogni anno, oggi quella stima è attorno ai trecento milioni. Questo ci riguarda? Sì, questo ci riguarda: perché, come ormai abbiamo capito molto bene, siamo tutti interconnessi. Le nostre vite quotidiane non sono affettate solo dalla relazione coi nostri condomini, da ciò che accade nella nostra nazione, o nelle nazioni del continente, ma anche da ciò che capita alle comunità e agli ecosistemi all’altro capo del mondo.
Gli eventi climatici estremi di questi anni che hanno visto devastazioni clamorose di porzioni di mondo – pensiamo alle alluvioni in Emilia-Romagna del 2023, o alla gigantesca frana di Niscemi nel 2026 a causa delle piogge torrenziali portate dal devastante Ciclone Harry, per restare in Italia – sono riconducibili alla crisi climatica che non conosce confini: perseverare con un modello estrattivista che sfrutta scelleratamente le risorse senza nessuna cura per il benessere degli esseri umani, senza alcuna remora rispetto all’iniqua appropriazione e al degrado di beni naturali che dovrebbero essere inalienabili (acqua, aria, suolo, biodiversità), senza alcun rimorso di coscienza per il collasso ambientale di cui
soffre il Pianeta che consegniamo alle nuove generazioni, è una scelta smodata, irricevibile e violenta.
Naomi Klein cita Primo Levi: “Ogni era ha il suo fascismo”, e scrive che usiamo questa parola e anche la definizione di “fascismo apocalittico” per alcune posizioni politiche assunte da soggetti che, dalla loro condizione di tremendo potere economico, esprimono un fascismo che dialoga molto con la dimensione esistenziale degli esseri umani. L’esistenza degli esseri umani è a rischio per via dell’insicurezza alimentare, per la guerra, per l’antibiotico-resistenza, per eventi climatici catastrofici che vengono spettacolarizzati e di cui si paventa l’ineluttabilità. In effetti le crisi che stiamo affrontando sono riconducibili a decisioni autodistruttive e sbagliate: la risposta non può essere quella di portare al punto di non ritorno questo Pianeta cercandone nel frattempo un altro “da consumare”.
Il nostro Pianeta è di una bellezza commovente, eppure gli ultimi 150 anni hanno visto l’espansione di modello di sviluppo devastante che minaccia la sopravvivenza non solo degli ecosistemi, ma anche del consesso umano. Ma la rotta si può e si deve cambiare subito. Ciò che è accaduto in Brasile, in Serbia, in India, in Francia, Spagna, Albania, Italia, ecc. dimostra che nonostante tutto gli esseri umani non hanno rinunciato né al presente né al futuro. Le persone osservano, pensano, si organizzano e lottano. Mentre pochissimi continuano a trarre profitto dalle ingiustizie, dallo sfruttamento e dalla violenta oppressione altrui. Slow Food è al fianco dell’Amazzonia, dei Popoli Indigeni, dei movimenti sociali, dei contadini del mondo, delle comunità emarginate, degli studenti, di tutti coloro che legittimamente e in modo pacifico chiedono di poter vivere dove sono nati, di poter studiare, di poter lavorare in sicurezza con un reddito a fine mese, di poter sperare in un
futuro di pace, a fianco dei popoli che subiscono le conseguenze più pesanti della crisi climatica perché un’altra idea di mondo è già in cammino.