Il conto della guerra: per il commissario Ue all’energia oltre 50 milioni di europei non saranno in grado di scaldare casa. “L’inverno sarà duro”
Il prossimo inverno sarà “duro” per i cittadini europei. Oltre 50 milioni di persone potrebbero non essere in grado di “riscaldare adeguatamente” le proprie abitazioni, a causa degli elevati prezzi dell’energia causati dalla guerra in Medio Oriente. È l’allarme lanciato dal commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, a Lussemburgo, a margine del Consiglio Ue Energia che discuterà una proposta di regolamento per adeguare alle esigenze future la componente delle bollette destinata a remunerare i costi delle reti. Ieri il prezzo del gas sul Ttf di Amsterdam, piazza di riferimento per l’Europa, ha sfondato la soglia dei 100 euro a megawattora tornando sui livelli del 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. “In un anno qualunque, purtroppo, quasi cinquanta milioni di europei non riescono a riscaldare adeguatamente le proprie abitazioni a causa degli elevati prezzi dell’energia in Europa”. Secondo Eurostat, nel 2025 la quota di popolazione Ue che non riusciva a mantenere la propria abitazione adeguatamente calda è scesa all’8,8%, a circa 40 milioni di persone. “Quest’anno, probabilmente, il numero sarà ancora più alto. Dobbiamo quindi fare tutto il possibile per alleviare queste difficoltà”, ha dichiarato.
“L’Ue è in una posizione migliore per affrontare questa crisi” rispetto al 2022, quando la guerra in Ucraina e il taglio delle forniture russe avevano provocato una crisi dei prezzi, ha spiegato Jorgensen, “perché abbiamo ridotto il nostro consumo di gas ma questa crisi è anche più grave, perché riguarda anche il petrolio e i prodotti petroliferi”. Per il momento, ha precisato il commissario, l’Unione non prevede una crisi di approvvigionamento dei carburanti. Ma la distinzione vale poco per chi non riesce a sostenere i costi. “Per i cittadini che non possono permettersi di acquistare la benzina per la propria auto o per riscaldare le case” la situazione non è diversa da una crisi di approvvigionamento, ha sottolineato Jorgensen, chiedendo di “discutere ulteriori misure su ciò che si può effettivamente fare per alleviare questa grave situazione”.
La linea di Bruxelles è duplice: da un lato, aiutare nell’immediato le famiglie più esposte ai rincari. Dall’altro, accelerare la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Gli Stati membri, ha ribadito il commissario, dovrebbero adottare misure “mirate e temporanee” per sostenere gli utenti più vulnerabili. Ma il messaggio politico rivolto ai governi guarda soprattutto alla transizione energetica. “Fate tutto ciò che è in vostro potere per abbandonare i combustibili fossili il più rapidamente possibile”, ha detto Jorgensen. Questo significa, ha aggiunto, puntare maggiormente sulle energie rinnovabili e sull’efficienza energetica, favorire l’elettrificazione, sostituire le caldaie a gas o a olio combustibile con pompe di calore elettriche e passare dai veicoli con motore a combustione a quelli elettrici. “Sono tutte misure che possono essere sostenute e che, già nel breve periodo, sono in grado di fare una differenza concreta”, ha concluso.
La presidenza irlandese: “Né l’Ue né gli Stati hanno la bacchetta magica per far sparire gli aumenti”
Il problema è come affrontare la fase di transizione mentre famiglie e imprese continuano a fare i conti con bollette e carburanti costosi. A riconoscerlo è anche il ministro dell’Energia irlandese Darragh O’Brien, il cui Paese ha la presidenza di turno dell’Unione. “È bene essere chiari: né l’Ue né gli Stati membri hanno la bacchetta magica per far sparire gli aumenti dei prezzi”, ha affermato a margine del Consiglio. I governi sono già intervenuti sul fronte fiscale e con misure di sostegno di breve periodo, ha ricordato O’Brien, citando la riduzione delle accise su diesel e benzina e gli aiuti a settori come quello dell’autotrasporto. Ma vanno individuate soluzioni più strutturali. “L’obiettivo di oggi è capire come superare queste misure, puntando a soluzioni più sostenibili. È per questo che le reti e i relativi oneri di rete rivestono un’importanza cruciale, ed è per questo che vogliamo promuoverne lo sviluppo durante la nostra presidenza”.
Il nodo è anche quello dei costi delle infrastrutture elettriche, indispensabili per sostenere l’aumento della domanda legato alla diffusione delle auto elettriche, delle pompe di calore e delle altre tecnologie alimentate dall’elettricità. “Non c’è tempo da perdere: stiamo attraversando una crisi energetica molto grave che minaccia la competitività dell’Unione e richiede un intervento adeguato”, ha detto il ministro irlandese. “Dobbiamo fare tutto il possibile per intervenire sugli oneri di rete, sulle infrastrutture e sull’accelerazione dell’elettrificazione, per garantire il nostro futuro”.
In salita la discussione sulla proposta per ridurre le bollette
Sul tavolo del Consiglio ci sono i principi per definire le tariffe e la tassazione dell’elettricità riducendo gli oneri di rete e il costo delle bollette, ma anche gli obiettivi di efficienza energetica, resilienza, interconnessioni ed elettrificazione da integrare nel quadro successivo al 2030, in vista dell’obiettivo climatico europeo per il 2040 e della neutralità climatica entro il 2050. Le discussioni, finora mantenute a livello tecnico, iniziano in salita, con quasi una decina di Paesi che hanno sollevato preoccupazioni sull’intervento per garantire all’elettricità un regime fiscale più favorevole rispetto al gas. La misura era stata proposta dalla Commissione lo scorso luglio nel quadro del pacchetto di revisione delle tariffe di rete per ridurre i costi dell’energia. Diverse capitali – tra cui Svezia, Finlandia, Polonia, Lettonia e Repubblica Ceca – spingono per eliminare l’intervento, contestando la base giuridica scelta da Bruxelles, che consentirebbe di adottare la disposizione a maggioranza qualificata in quanto misura accessoria alla revisione delle tariffe di rete, evitando l’unanimità normalmente richiesta per le decisioni in materia fiscale.
I servizi giuridici del Consiglio Ue hanno definito la proposta di Bruxelles ‘legale’ dal punto di vista procedurale. Ma resta il nodo politico, che potrebbe spingere Palazzo Berlaymont a ritirare la misura nel caso in cui l’opposizione tra i Paesi dovesse allargarsi ancora.