“Violenza è il manganello dello sbirro, in piazza ogni sabato”: il gruppo Telegram, le istruzioni ai novizi e le “ricette per il caos”
La prima regola del gruppo Telegram “Movimento 17 ottobre” è l’anonimato, assoluto. Il secondo comandamento è seguire le istruzioni, in caso di fermo e arresto, perché le “Ricette per il caos” possono condurre nelle mani degli agenti. Ad esempio, per bersagliare le multinazionali, si “possono mettere a segno una serie di tattiche diverse contro un determinato obiettivo in un giorno in cui ferve lo shopping”, dice il “manuale di resistenza urbana” pubblicato nel 2004, tra i primi documenti condivisi.
Le città mobilitate e il racconto dei saccheggi in stile Robin Hood
Dopo le violenze e le guerriglie urbane durante le manifestazioni contro il carovita, l’annuncio pubblicato sulla piattaforma tecnologica è chiaro e minaccioso per Giorgia Meloni: “Mobilitazione permanente ogni sabato. Fino alla caduta di questo governo ladro”. L’appuntamento nel fine settimana è alle 15, dopo la chiusura delle scuole a partire da Milano, in piazza Duomo. Ma anche piazza Nettuno a Bologna, piazza Castello a Torino, Circo Massimo a Roma, piazza Santa Maria Novella a Firenze, piazza Mazzini a Padova, piazza Umberto I a Bari e piazza De Ferrari a Genova.
Il biglietto da visita è consegnato alle forze dell’ordine: “Siamo quelli delle piazze. Quelli che vedono l’unica violenza nel manganello degli sbirri”, dice la descrizione della neonata pagina Instagram, invitando a unirsi al gruppo Telegram. Gli iscritti sono circa 250, sulla piattaforma di Pavel Durov, proprietario e fondatore inquisito in Francia. Almeno 30 sono online da stamattina, per scrivere post e ricevere istruzioni. E’ un gruppo privato, invisibile durante la ricerca su Telegram. Si accede solo con un link d’invito. Da fuori, ogni contenuto è blindato. Varcata la soglia d’ingresso, il messaggio arriva dritto al sodo: “I violenti siete voi che ci avete negato il futuro, ora quel futuro ce lo prendiamo”, si legge in un post. I gestori della pagina aggiungono: “Rigettiamo tutte le accuse al mittente. Violento è questo sistema che ci uccide”. Tra i pochi post campeggia un video. Si vedono alcuni ragazzi donare a un senzatetto il bottino del saccheggio nei negozi al centro di Milano. Il romanzo di un fuorilegge in versione Robin Hood, con venature marxiste: “Esproprio proletario”, la dicitura della clip.
“Filma la polizia e resta zitto”
Una sezione del gruppo è dedicata ai “materiali per lo studio”. Un manuale delle istruzioni per catechizzare i novizi in caso di fermo a arresto. Primo: “Non dire niente alla polizia”. Secondo: “Filma la polizia durante l’arresto e il loro comportamento durante il fermo”. Qualora un sodale di lotta finisca tra le mani degli agenti, “puoi tentare di liberarlo, passargli il contatto di un avvocato, o chiedere di gridare il suo nome e cognome per segnalarlo ad un legal team (se ne hai uno)”. In caso di ferimento, “chiedi assistenza medica (meglio se in piazza, che in commissariato, i medici della polizia non sono tuoi amici)”. Tacere è la regola d’oro: “Se ti arrestano, usa il tuo diritto a rimanere in silenzio e chiedi immediatamente l’assistenza legale. Non dire niente alla polizia, anche se loro ti dicono ‘è nel tuo interesse’, ogni cosa che dici può diventare una prova, non ci sono conversazioni amichevoli”. Il consiglio è stare zitti, con le forze dell’ordine, “molto meglio che rispondere selettivamente alle domande”. Dunque “non parlare e non firmare nulla prima di aver parlato con un avvocato”. Il monito è “non cadere nelle loro trappole psicologiche (hanno un addestramento apposito)”, sfruttando il “classico” salvagente: “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. La raccomandazione è “evitare di alzare il livello di tensione, cerca di mostrarti tranquillo”. L’invito è proseguire la battaglia anche dopo la piazza, restando vicino ai compagni detenuti: “Partecipa ad un sit-in di fronte ai luoghi della loro carcerazione. La solidarietà con le persone arrestate è parte della lotta. Non limitarti alla manifestazione”.
Le “regole di sicurezza” si fondano sull’anonimato online assoluto. Perché i gruppi sulla piattaforma sono privi della segretezza garantita dalla cifratura end-to-end. Dunque, “i messaggi stanno sui server di Telegram, che dal 2024 dichiara di poter fornire IP e numero di telefono alle autorità su richiesta legale”. Per restare nell’ombra, il gruppo esorta “subito” a cambiare le impostazioni della privacy, con una guida molto dettagliata: certo, sostituire il nome vero con uno “user name”. Ma anche molto altro.